Recensioni

7.3

Non si può negare che No Joy, il progetto guidato da Jasamine White-Gluz, abbia costantemente cercato se non di rivoluzionare, di espandere i confini dello shoegaze. Bugland arriva a cinque anni da Motherhood, che a sua volta aveva interrotto un lungo silenzio durato un lustro (in mezzo c’è stato No Joy / Sonic Boom).

Ai tempi di Ghost Blonde, nel 2011, eravamo ancora in piena bolla glo-fi ; da allora, la band ha progressivamente integrato nuovi elementi: dream-pop, trip-hop, nu metal e big beat, con influenze anni ’90 ad ampio spettro, senza mai perdere la coesione interna.

Affidando la produzione a Fire-Toolz, alias di Angel Marcloid – che prende il posto di Jorge Elbrecht (Sky Ferreira, Japanese Breakfast) – la musica si tinge di un’estetica vaporwave, fra glitch e texture retrofuturistiche. Tra sintetizzatori new age, arpeggiatori ipnotici e curvature ambientali, emerge una sporcatura digitale del calore analogico degli anni passati, che avvolge la band in un effervescente polverone cosmico attraversato da luci stroboscopiche.

Intrappolati nei mainframe di San Junipero, o persi in una spirale sonora che richiama Imaginal Disk, i No Joy trovano un’illusoria via d’uscita in brani come My Crud Princess, dove batteria e chitarre iperrealiste squarciano il mix, reintroducendo il cuore pulsante dello shoegaze attraverso lo schermo del PC. Beninteso, la produzione non è eccessivamente concettuale: brani come I Hate That I Forget What You Look Like vogliono essere anthem senza se e senza ma.

A chiudere in bellezza c’è Jelly Meadow Bright, il magnus opus di un disco massimalista: un muro sonoro verticale alla Pete Kember / Sonic Boom (ricorda Teenage Panic), attraversato da growl death metal, arrangiamenti orchestrali e floreali, con tanto di assolo di sax anni ’80 ed elettronica. Il commiato perfetto per un piccolo grande album pensato per una generazione “chronically online”, un piccolo grande album.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette