Recensioni

Partiamo dalla fine; Brain Burner è hardcore melodico come se
ne sempre sentito. Ci sono tutti gli elementi che non farebbero
spendere una parola di più: la leggerezza, il fragore, l’orecchiabilità
vocale; eppure ne parliamo, neanche a margine, ma a introduzione, e va
detto perché.
Risalendo le tracce, Ripped Knees inizia
confermando l’impressione; ancora una volta un’idea semplice, qualche
accordo deciso senza difficoltà di scrittura; ma, dopo altri due minuti
scarsi, il brano si trasforma, assume una conformazione d’ambiente
distorto e pesantemente trattato, come più di tre lustri fa ha
insegnato a tutti Loveless. E con ciò la traccia di lettura di Nouns sembra poter essere la stessa di Every Artist Needs A Tragedy, precedente (e prima) prova dei No Age, cioè l’alternanza tra lo shoegaze dei MBVe una arrembante accelerazione garage-punk. Troppo facile; alcune
avvisaglie di variazione arrivano con la tecnica (di facile impatto)
indie-dilungata usata da Doug Martsch (Eraser, Teen Creeps); altre con i due diversi layer di Things I Did When I Was Dead, l’uno mimetico rispetto all’impostazione vocale di Angus Andrew, l’altro fatto di una technata tastieristica; e si può allargare la ripresa, coinvolgendo i primi Mogwai (Keechie).
Di fatto però la cosa più significativa del secondo album dei No Age è la commistione che avviene dentro le
canzoni, e non nella loro successione. Non accade solo che un brano
devī al suo interno da una struttura all’altra, come già segnalato;
succede di ritrovare la serenità del garage nella lentezza
apparentemente più riflessiva (Impossible Bouquet), o
l’incedere trasognato ed esistenziale dello shoegaze nelle melodie
della voce (come, terminando questo discorso dall’inizio, nella traccia
che apre il disco, Miner).
Sarà nu-gaze, ma forse è solo
assimilazione, pratica non strategica, musica di una band di Los
Angeles nel cuore della sua esplosione, e se ne parla.
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