Recensioni

Dopo Come Back, EP datato 2008, Nima Marie esordisce sulla lunga distanza con Woollen Cap, album di dieci brani collocabili sotto l’etichetta del folk-rock.
Il debut della cantautrice monzese si presenta come l’ultimo esempio di una lunga tradizione di cantautorato al femminile che da Joan Baez e Joni Mitchell in poi – fino ad arrivare alle odierne Cat Power, Joan As A Police Woman e Feist – si è inserita anche tra le pieghe della nostra canzone d’autore.
Dunque, l’immaginario di riferimento di questo Woollen Cap è tutto a stelle e strisce, con un occhio strizzato tanto alle amazzoni del fem-folk/rock sopracitate, quanto ai modelli maschili – gli immancabili Neil Young e Bob Dylan -, con in più un certo gusto per la melodia pop che rimanda all’esordio di un’altra ex paladina del songwriting statunitense (ma poi convertita alla logica del mainstream), Alanis Morissette.
Già dall’iniziale You Know I Do si presagisce un piglio solare e trasognato che ritorna lungo tutto il disco, con brani costruiti sull’intreccio tra chitarra acustica e una vocalità percorsa da una romantica dolcezza, scevra da ogni afflato rock e orientata invece verso la levità del folk-pop: le stesse atmosfere che si ritrovano in pezzi come Blowin’ Too High e Eyes Shut, altri esempi di cantautorato in bilico tra la placidità della ballad e l’orecchiabilità delle melodie. Orecchiabilità di sapore soprattutto Nineties, come mostrano il malinconico chiaroscuro di A brighter Dawning o il tenue crescendo di Forgive Me, il tutto sorretto da quell’impianto folk/country che è presente in ogni brano del disco, ad esempio nella title track o in Country Road.
L’autrice monzese pecca forse per un’eccesiva linearità nelle singole composizioni che rende il disco a tratti troppo monocorde, seppur piacevole per gli amanti del cantautorato folk al femminile.
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