Recensioni

Dell’album d’esordio del trentenne viareggino Nicolas Zullo, a colpirmi è la capacità di sottrarsi alla febbre del presente. Lo fa grazie a dieci canzoni-cartoline spedite da una realtà sospesa, ognuna un incantesimo precario eppure intenso, tenace. Mentre ascolti, avverti uno scostamento dalla consuetudine, come un capitombolo da saltimbanco dilettante che non fa gridare al miracolo però ridefinisce le percezioni, i percorsi dialettici, le gerarchie emotive. Testi e musiche fanno un passo di lato, non fuggono altrove, si spostano sulla linea di confine tra lo specchio e il riflesso, sono qui ma pervase (possedute?) nostalgicamente da un al di là irraggiungibile.
Ne esce una tensione costante, amniotica, su cui Zullo pennella quadretti agrodolci e riflessioni volatili, memorie vaporizzate con due gocce di allucinazione, visioni appese a un desiderio di semplicità infantile e al mistero angoscioso del perdersi. C’è, come dire, il tentativo di costruire un cantuccio psichedelico per farne il giardino segreto nel quale dare forma e vita a quel che resta di certo cantautorato pop anomalo, assieme giocoso e inquietante, capace di rappresentare il visibile e l’invisibile, la vertigine assopita nel quotidiano.
Viene da pensare a certe imprese pindariche di Andrea Laszlo De Simone, così come alle escursioni agresti dei C+C Maxigross, anche se rispetto a questi prevale una dimensione più raccolta, quasi implosa in un intimismo color pastello, organizzato attorno a pochi timbri ma ben scolpiti (al missaggio troviamo Emanuele Cotone Para e Stefano Amerigo Santoni dei Sycamore Age al mastering), con gli arrangiamenti che prevedono un utilizzo parco di pianoforte, synth e qualche violino (oltre a chitarra-basso e batteria) e un canto mai sopra le righe. A tal proposito, la produzione di Alessandro Fiori costituisce una sponda del tutto organica: l’ex-Mariposa si rivela un partner in crime perfetto per questa cospirazione assieme aliena e garbata, asciutta ma dai risvolti insospettabilmente suggestivi.
A dirla tutta, sono canzoni a cui sembra mancare un po’ il fiato, ma ne sono consapevoli, sanno di non poter essere altro che questo, dei piccoli marchingegni di sconcerto: ora ballatine coi piedi immersi nell’innocenza e il cuore spaccato dallo struggimento (Eravamo noi), ora filastrocche bucoliche che non sai quanto ironiche e quanto gravi (Fondamentale), ora lanterne magiche/acide alimentate con miraggi folcloristici (la quasi caposseliana Se fossi), ora carillon malinconici (Eucalipto e pungitopo), oppure tessiture folk dall’apertura alare canterbury (Aiutami, Stupore). E via discorrendo, un incantesimo frugale dopo l’altro.
Credendoti montagna è un debutto curioso e disallineato, uno scrigno di trepidazioni patafisiche, di angosce tascabili e origami pop che aggirano il tempo, la modernità e la post-modernità, deliziosamente in bilico sulla cruna di un classico eccentrico e suggestivo.
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