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8.5

Nel 1998, il fagocitante impero americano, nel pieno della presidenza Clinton, era diviso tra un’economia in espansione, il movimento NoGlobal e gli scandali che avrebbero segnato la fine del decennio. La classe media si ritrovava intrappolata tra l’ossessione per il consumismo, la crescita delle disuguaglianze e un profondo scetticismo verso le istituzioni. L’anno successivo, da qualche parte a Seattle, sarebbe partito lo stesso movimento che sarebbe stato brutalmente silenziato a Genova, in piazza Alimonda, un paio di anni dopo.

La musica d’oltreoceano, d’altra parte, si stava lentamente riprendendo dallo shock del suicidio di Cobain, un addio anche simbolico che sancì la fine della “narrativa rock” che aveva dominato gli anni ’90, lasciando dietro di sé un’inquietante ombra di rifiuto verso la “vetrina” commerciale. Ed è in questo panorama che i Neutral Milk Hotel si ritrovano come un sasso gettato in un lago, generando onde di perplessità e culto molto più grandi di quanto avrebbero potuto immaginare.

Pubblicato nel 1998, In The Aeroplane Over The Sea è un manifesto di dissonanza, follia e genio. Più che un album di culto, è il punto d’incontro tra la psiche di un uomo distrutto e la ricerca di un’estetica dolorosa e sublime. Jeff Mangum, dopo anni di smarrimento e rifiuto, crea un’opera che sembra far saltare in aria qualsiasi concezione di musica folk, abbattendo le mura del mainstream e costruendo una dimensione alternativa in cui bellezza e disprezzo convivono come amanti impossibili.

Andiamo con ordine: dopo essersi ritrovato con qualche amico ad Athens, Georgia, e dopo aver formato il collettivo Elephant 6, nel 1996 Mangum aveva già dato alle stampe On Avery Island, un album fuzz-folk che, se non fosse per le acustiche, potremmo archiviare sotto l’etichetta “punk”. A quei tempi, con questo genere di produzioni lo-fi, si sperimentava di tutto: la retorica neo-hippie prevedeva la condivisione tanto delle scelte musicali quanto di quelle personali. Ma nel disco ci sono già le fondamenta dell’etica visionaria di Mangum: le derive kraut (Marching Theme, You’ve Passed, Pree-Sisters), le pillole di romanticismo (Naomi), le marce funebri (Three Peaches), le pugnalate di malinconia dritte alla pancia (gli organi e i fiati di Avery Island) e una manciata di canzoni piccanti che hanno il sapore amaro di un bicchiere di caffè col sale.

In The Aeroplane Over The Sea deve molto a questo sostrato musicale e sociale. Ma è dopo una passeggiata in un negozio di libri usati che Mangum ha l’illuminazione: la lettura del diario di Anne Frank sarà lo scheletro narrativo di questo viaggio sonoro. Il disco ha una lavorazione durissima, accompagnata da racconti leggendari dei musicisti (nessuno dei quali – tranne Jeremy Barnes alla batteria – era professionista) che presero parte alle registrazioni, lavorando fino a quattordici ore al giorno, vivendo sotto lo stesso tetto, dormendo sui pavimenti, strimpellando strumenti presi in prestito.

Aeroplane è la definizione musicale di “lo-fi”, portata alle estreme conseguenze. La distorsione è regina, e il suono di chitarre sgraziate, fiati stridenti e banjo grattugiati è solo il punto di partenza per una sonorità da circo psichedelico che spazia dal folk al punk senza alcun riguardo per la forma. Le voci di Mangum, strazianti e dissonanti, sono come una pugnalata al cuore, ma proprio lì, tra il rumore e la disperazione, risiede la magia. In un mondo che stava ancora cercando di smaltire gli echi di Nevermind e i ritmi irrequieti della scena grunge, questo disco si afferma come una protesta contro il rumore commerciale che domina il decennio.

Jeff Mangum, profeta inconsapevole di una nuova mistica dell’indie rock, spalanca le porte di un universo sonoro allucinato e visionario. Per la copertina porta a Chris Bilheimer una vecchia cartolina europea di bagnanti che, attraverso una manipolazione grafica, diventa il sigillo di un’opera fuori dal tempo: un’immagine che incapsula alla perfezione la poetica del disco, un sogno febbricitante in cui storia, memoria e surrealismo si fondono in una narrazione instabile, scivolosa, carica di dolore e rivelazione.

Mangum, più che cantare, predica in trance, eruttando versi che sanno di filastrocca psichedelica e apocalisse privata: “Da giovane eri il Re dei Fiori di Carota / e come costruivi una torre facendo acrobazie tra gli alberi / in sacri serpenti a sonagli che cadevano tutt’intorno ai tuoi piedi” (The King of Carrot Flowers Pt. 1). La voce è un lamento esistenziale, un mantra ripetuto fino a diventare catarsi. Il disco si dipana come un viaggio onirico in un’America che potrebbe essere l’infanzia di Mangum o il sogno febbricitante di un sopravvissuto alla Storia. La materia sonora è piegata, stratificata, sporcata da interferenze folk, punk, echi di psichedelia. Una strumentazione obliqua – chitarra acustica, fiati mariachi, sega musicale che mima un theremin, banjo suonato con l’archetto – delinea paesaggi che oscillano tra la marcia funebre e la festa paesana.

E come ogni rito iniziatico, tutto parte – inevitabilmente – dal corpo. Il corpo amato, il corpo profanato, il corpo mistico e osceno: “Ora mi ricordo di te / come spingevo le mie dita / nella tua bocca per far muovere i tuoi muscoli / che rendevano la tua voce così fluida e dolce” (In the Aeroplane Over the Sea). L’artista si fa saltimbanco, si mette in scena in un’esposizione quasi sacrilega dell’io. L’ostentazione della carne, la celebrazione del sé come involucro fragile e corruttibile, ritorna in episodi chiave come Oh Comely e Two-Headed Boy Pt. 1 e Pt. 2, brani che paiono composti sotto l’effetto di un’estasi dolorosa, una necessità insopprimibile di sviscerare, sezionare, scorticare fino al nervo scoperto.

Ma Aeroplane è anche e soprattutto un gigantesco enigma: un disco che parla di corpi e di fantasmi, di sesso e di morte, di visioni apocalittiche e feticci dell’inconscio. È un flusso di immagini disturbanti e liriche che sembrano evocare un circo di freak in dissoluzione: “cani morti che si dissolvono e scompaiono, di sperma che macchia la cima delle montagne, di ponti che esplodono e si contorcono, di fantasmi nascosti con occhi di rosa che osservano la terra orbitando su una cometa, di feti in bottiglia che picchiettano le dita su dei barattoli, con i cuori pieni di aghi che cantano, di coppie sole in stanze pomeridiane con le dite uno nella bocca dell’altra, attraverso gli incavi della spina dorsale“. È un carosello allucinato che, inspiegabilmente, non soccombe sotto il peso del proprio delirio. Al contrario, lascia un solco profondo, ineludibile, nella coscienza musicale collettiva.

E poi c’è Anna Frank. O meglio, la sua eco, la sua ombra trasfigurata in ossessione poetica. La narrazione di Aeroplane si fa allucinazione storica: Anna, reincarnata attraverso le pagine del suo Diario, diventa l’epicentro di una fantasia perturbante, in cui Mangum immagina di poterla proteggere, di rinascere come suo gemello siamese per strapparla al suo destino. La brutalità della Storia è trasfigurata in un’intima preghiera pop, un anelito di redenzione che si schianta contro il muro dell’impossibile. Il dolore della memoria si fa estetica, e nell’orrore Mangum cerca una via di fuga verso la bellezza.

In un’epoca in cui il concetto stesso di concept album nell’ambito indie sembrava un’eresia, In the Aeroplane Over the Sea si impone come un miracolo laico, un assurdo composito che mescola Dylan e i Pavement, la semplicità folk e il rumore punk, la dolcezza e la dissonanza. Un disco che sembra cantare perennemente dal confine tra la vita e la dissolvenza, un requiem gioioso per un’umanità che cerca la bellezza nelle macerie.

Dopo l’uscita, il successo immediato è stato altrettanto sconvolgente quanto il disco stesso. Recensioni da capogiro e lodi a più non posso, eppure dietro l’apparente trionfo si cela l’inquietante verità di un artista che non ha mai cercato la fama, ma che si è ritrovato schiacciato dal peso di un culto che non voleva. Un successo postumo che grida più forte di ogni altra cosa il paradosso della sua esistenza: l’arte è stata creata, ma non ha mai voluto esser vista. Alla fine, Mangum ha ceduto, ritirandosi nel silenzio, come una figura che non vuole essere capita ma che ti lascia, per sempre, con una sensazione di vuoto e una domanda aperta.

In The Aeroplane Over The Sea è una confessione, un atto di ribellione, un’esperienza che si trasforma, quasi senza preavviso, in un incubo bello come il sogno di una notte di mezza estate. E questo è ciò che lo rende immortale.

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