Recensioni

La domanda da cui parte questa recensione è una e una soltanto: cosa altro si può chiedere a un artista del calibro di Neil Young, quasi settantenne, che nel corso degli ultimi quarant’anni di attività la musica l’ha fatta, disfatta, viviseziona, centrifugata, composta e ricomposta? La risposta dovrebbe essere semplice, almeno per il sottoscritto. Poco, quasi niente. È vero, il vecchio Neil negli ultimi anni non ci ha deliziato con lavori “raffinati” capaci di reggere il confronto con i capolavori che vanno dal ’68 al 75 (vedi Harvest, After the Gold Rush, On The Beach o Zuma), ma al cantautore canadese si può perdonare tutto, soprattutto se nel 2014 riesce a confezionare un doppio disco, versione acustica e orchestrale, che a tratti riesce a fare brillare i nostri stanchi occhi.
Storytone, questo il nome della sua trentottesima fatica, arriva a distanza ravvicinata da A Letter Home – album di cover iper lo-fi registrato dal cantautore canadese lo scorso aprile in occasione del Record Store Day per la Third Man Records di Jack White – e in seguito al divorzio dalla moglie Pegi, al fianco della quale Neil ha trascorso gli ultimi suoi 36 anni e a cui sarebbe direttamente collegata, a detta di molti, l’ultima faida venutasi a creare con il compagno di ventura David Crosby. Un periodo caotico, in cui Neil ha voluto mettere ordine con un ritorno alle origini, a quel suono folk essenziale (la versione acustica) fatto ad hoc per poterci cucire sopra un confortevole e caloroso abito orchestrale.
Difficile quindi restare emotivamente indifferenti all’attacco di Plastic Flowers, ballata piano-voce, così come a When I Watch You Sleeping, All Those Dreams e I’m Glad I Found You, trittico di canzoni d’amore (dedicate alla sua nuova compagna, l’attrice e attivista Daryl Hannah) che dopo le recenti fughe in territori elettrificati (Fork in the Road, Le Noise e il ritorno con i Crazy Horse per Psychedelic Pill) ci restituiscono un Neil Young sentimentale, sempre alla ricerca del suo “cuore d’oro”; lasciano invece un po’ più indifferenti gli arrangiamenti dalla tipica struttura blues di I Want to Drive My Car, Like You Used To Do e l’episodio swingeggiante di Say Hello to Chicago (versione orchestrale).
A conti fatti questo Storytone non rappresenta nulla di trascendentale, è vero. Ma come poter resistere alla struggente voce dell’artista di Toronto, che riesce a far viaggiare a ritroso nel tempo fino all’estate di After the Gold Rush? Storytone è pura nostalgia. Quella nostalgia che lascia con l’amaro in bocca poiché ci ricorda, ancora una volta, come bissare i capolavori sia, di questi tempi, un’impresa praticamente impossibile. Nonostante ce la si metta tutta e ci si chiami Neil Young.
Amazon
