Recensioni

6.5

1971. Indignato per l’uccisione di quattro studenti universitari da parte della polizia, Neil Young sputa fuori l’instant song Ohio, rabbioso grido di protesta contro l’America di Nixon. Roba di più di trent’anni fa, quando il rock poteva – voleva? – se non cambiare il mondo come volevano gli hippies, quantomeno realmente incidere sull’opinione pubblica.

Una premessa necessaria per comprendere il senso dell’ultima, imprevedibile mossa del canadese: a neanche nove mesi da Prairie Wind, con Heart Of Gold, film-concerto di Jonathan Demme da poco arrivato sugli scaffali, ecco addirittura un instant record, registrato e mixato nel corso di appena tre giorni in aprile, subito diffuso in streaming e infine reso disponibile nei negozi a inizio maggio. Atto politico ancor prima che artistico, Living With War è l’urlo vomitato da chi ha accumulato delusione e insoddisfazione fino allo stremo: titoli come Let’s Impeach The President, Looking For a Leader, passaggi come “don’t need no more lies” o “ don’t need no stinking war” non lasciano spazio a dubbi di sorta.

Certo, di questi tempi un musicista schierato contro Bush è cosa piuttosto ordinaria (perfino Pink nel suo ultimo album ha “dedicato” un brano all’amato presidente), e alle nostre orecchie smaliziate – e disincantate – il tutto può suonare un po’ troppo naif e irrimediabilmente retorico. Tuttavia, Living With War colpisce nel segno, non tanto per la statura del personaggio in sé o per il suo valore musicale tout court, quanto per la valenza di atto politico – e mediatico – diretto, crudo e senza compromessi, come ancora non si era visto in tempi recenti; in questo il Young politicizzato di oggi si pone equidistante tra John Lennon (nell’immediatezza dei testi) e Bob Dylan (nella forma canzone, vedi anche la citazione esplicita in Flags Of Freedom). E pazienza se a livello strettamente musicale questo non verrà ricordato come un caposaldo della discografia del loner: basti dire che la forma è adeguata al contenuto (la veste elettrica dei brani e l’utilizzo di un coro di cento – !!! – voci riescono efficacemente a rendere i brani in ugual misura diretti, rabbiosi e solenni), e che la scrittura si pone idealmente a metà tra i momenti più accesi di Freedom (anche se qui, ahinoi, non c’è nessuna Rockin’ In the Free World) e le ballate soft di Broken Arrow e lo stesso Prairie Wind (qui però elettrificate, come After The Garden o Families).

Forse un po’ più di poesia e meno retorica senile (quella già assaporata in Greendale, per intenderci) sarebbe troppo per il Neil Young attuale, ma finché continua a mostrarsi tanto vivo, incazzato e presente, Dio – o chi per lui – ce lo conservi, così com’è.

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