Recensioni

Dai Mojave 3 in avanti Neil Halstead ha saputo muoversi in equilibrio tra sogno amniotico americano e codici folk albionici uscendone come un ibrido perfetto, vuoi per l'adeguatezza della calligrafia, vuoi per il dono di quel timbro vocale adattissimo alla bisogna. Nella sua avventura solista, con Palindrome Hunches giunta ormai al terzo capitolo, l'ex-Slowdive sembra essersi progressivamente liberato di orpelli e scorie fino ad arrivare al grado zero della proposta, che appunto lo vede in bilico tra brughiera e frontiera, forte di un songwriting agile avvolto in un tessuto sonoro di semplice ancorché preziosa fattura (chitarre acustiche, pianoforte, violino…).
Il risultato è un disco tanto fresco quanto (volutamente) obsoleto, nel senso che almeno metà dei pezzi in scaletta sono frutto di pregevoli intuizioni (Full Moon Rising è tanto ruffiana quanto azzeccata) che probabilmente avrebbero spopolato nel periodo NAM. Del resto, il cantautore britannico sembra interessato solo a blandire i propri fantasmi dolciastri, appesi tra le due sponde dell'Atlantico come sogni smarriti o desideri incompleti. Peraltro in stretta continuità coi precedenti lavori. Ok, avverti un pizzico di amarezza in più, cresciutagli addosso come la barbona kristoffersoniana (Loose Change), sprazzi d'andatura narrativa solenne vagamente Springsteen (Wittgenstein's Arm), per non dire di un paio di nickdrakeate mai così evidenti (Tied To You e Love Is A Beast): poco di nuovo oltre a questo, e in fondo va bene così.
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