Recensioni

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Probabile, come asseriva “hardcorella2000” tempo addietro, che sia l’acqua di Viterbo, coi suoi inusitati livelli di arsenico, ad aver fatto della Città dei Papi uno dei centri nevralgici dell’hardcore a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. Aggiungiamo noi che forse anche il radon, il gas radioattivo emanato dal tufo, ha avuto la sua parte in causa, perché di certo le due band qui presenti tengono alto il vessillo delle musiche “dure” nel capoluogo della Tuscia e si fanno rispettare anche fuori dai confini nazionali. I Neid non hanno bisogno di presentazioni per chi traffica col grindcore, e Atomoxetine è l’ennesima grande bomba di furioso grind primigenio e straight in your face fatto di una urgenza devastante che è vera e propria dichiarazione di appartenenza, rivendicazione brutale e senza fronzoli o orpelli di un sentire comune e di una forma mentis fatta di zero compromessi e zero pose. In musica, il tutto si traduce in una violenta esplosione di grind a muso duro – 14 tracce per nemmeno 20 minuti di musica in totale sono più di un indizio – che alla conservatrice formula blast beats/growl/carrarmato unisce una certa mobilità nelle strutture e negli arrangiamenti (a tornare in mente sono anche soluzioni death inizi Novanta qua e là, oltre a stop & go sempre in tensione e strategici rallentamenti) senza mai perdere in potenza devastante. Due cover, Breed To Breed dei Wormrot e I Hate Work degli MDC con Dave Dictor alla voce, non fanno che confermare ulteriormente legami e appartenenza a una tradizione, passata e presente, che vale più di mille dichiarazioni di sorta.

A far da anello di congiunzione tra i Neid e i discograficamente più giovani Gorilla Pulp è la chitarra di Angelo Vernati, che insieme al basso propulsivo di Choris, alla batteria caterpillar di Giorgio Pioli e alla chitarra+voce di Maurice Flee, macina stoner/hard imbastardito da una parte con psichedelia acida e dall’altra con un sostrato seventies “cafone” e grasso che è puro piacere per chi traffica con label come la nostra Heavy Psych o coi figli, nipoti e pronipoti di Kyuss e compagnia drogata. In soldoni, una tempesta di riff hard che dai Black Sabbath arriva agli Orange Goblin passando per Monster Magnet et similia, via via spalmati su un terreno sonoro a volte paludoso, quasi a lambire orizzonti dilatati in forme sludge (la parte centrale della title track), a volte polveroso come un deserto (Die Of Thirst), ma sempre su di giri. Un maelstrom sonoro di prim’ordine in cui gli effluvi orientaleggianti della parentesi di Mirage Of India o della seconda parte di Magic Mushroom non sono che una breve illusione, una sfocata boccata d’aria.

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