Recensioni

6.2

Sulla carta qualcosa di esplosivo visto che dietro la sigla Nazoranai si cela infatti un trio di primedonne del rumore estremo: Keiji Haino (chitarra, voce e synth), Stephen O’Malley (basso) e Oren Ambarchi (batteria).

Due collaboratori di vecchia data, tra i più avanguardistici e coraggiosi esponenti del rumore del terzo millennio che si uniscono al grande vecchio nippo, una sorta di santone del noise temuto e rispettato un po’ ovunque. Roba da leccarsi i baffi e preparare per bene le casse di casa.

Invece la resa di questo self titled, registrato in quel di Parigi in uno dei pochi momenti di confluenza delle tre entità giramondo in uno stesso luogo, lascia molto amaro in bocca. Quattro lunghe se non lunghissime tracce di avant-doom misto a out-rock psichedelico come d’ordinanza, in cui la parte del leone la fa, comme d’habitude, il chitarrista dagli occhi a mandorla, coi due noisers relegati dietro a mo’ di backing band, pronti a supportare le svisate ciclopiche del nostro.

È il caso della fluviale opener feel the ultimate joy towards the resolve of pillar being shattered within you again and again and again – tutti i titoli sono ovviamente in giapponese, oltre che chilometrici –, un lento crescendo di base doomy su cui Haino pian piano prende il sopravvento, delirando con sparse frasi di chitarra, noise lavico dai synth e vocalizzi da posseduto mentre i compari gli reggono il gioco in secondo piano. Lo stesso avviene nella seguente not a joy to come closer but so-called a sacred insanity has finally appeared, più virata su lidi ambient-doom ferinamente bluesy ma sempre cadenzata e apocalittica, e in gettin' a bit blurry brush up your cartel and devote it to something, orgia sonica solipsistica etimologicamente nippo-noise.

L’umore plumbeo dell’album trova una pausa nella conclusiva not to leave everything to the light outside of you but to be aware of the prayer "what do i want to do?" that exists inside of you, and let that go out of you as a light, or things might get worse, no?, litania chiesastico-pagana a base di avant-chitarrismo noise dai toni meno esacerbati, ma la sensazione generale è che il tour de force da 70 e più minuti non esprima al meglio le potenzialità dei tre. O almeno quelle che ci saremmo aspettati da una simile potenza di fuoco. Non una bocciatura ma a volte la somma degli addendi non porta ai risultati sperati.
 

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