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Al primo piano di un condominio abitano Lucio (Riccardo Scamarcio) e Sara (Elena Lietti), i genitori della piccola Francesca che spesso affidano agli anziani vicini di casa, Giovanna (Anna Bonaiuto) e Renato (Paolo Graziosi). Quest’ultimo ha un rapporto molto affettuoso con la bambina, cosa che col tempo inizia a infastidire Lucio; una sera Renato e Francesca spariscono per delle ore e, quando vengono ritrovati, Lucio teme che alla figlia sia successo qualcosa di terribile. Al secondo piano della stessa palazzina vive Monica (Alba Rohrwacher), madre di due bambini e moglie di Giorgio (Adriano Giannini), il quale è sempre all’estero per motivi di lavoro. Monica, che soffre tremendamente la solitudine, ha paura che un giorno possa manifestare gli stessi disturbi mentali della madre, ricoverata da tempo in una clinica psichiatrica. Infine al terzo e ultimo piano abitano i giudici Dora (Margherita Buy) e Vittorio (Nanni Moretti) insieme all’irrequieto figlio ventenne Andrea (Alessandro Sperduti). Una notte il ragazzo, ubriaco alla guida, investe e uccide una donna. Quando Andrea chiede aiuto ai genitori per evitare il carcere, Vittorio, da sempre scontento del figlio, costringe Dora a scegliere tra i due uomini della sua vita.

Nanni Moretti, Margherita Buy, Adriano Giannini, Alba Rohrwacher. Still da “Tre piani” (2021). Regia: Nanni Moretti

Chi ha letto il meraviglioso Tre piani dello scrittore israeliano Eshkol Nevo sa che i tre monologhi interiori che lo compongono – tre come i piani della palazzina di Tel-Aviv in cui sono ambientati – rispecchiano le note istanze freudiane (Es, Io, Super-Io). Di fatto nell’adattamento per il cinema di Nanni Moretti (con Federica Pontremoli e Valia Santella) questo aspetto del romanzo, comunque presente perchè fondamenta dell’intreccio, risulta la cosa meno interessante. Più che di lost in translation bisognerebbe parlare invece di scelte. Dal momento che si trasporta la storia nel centro di Roma (quartiere Prati), donando così ai tre racconti un valore universale, quali sono gli elementi da togliere, quelli da far emergere e, soprattutto, quelli da aggiungere ex novo? 

A tal proposito è bene sottolineare una sequenza (inedita rispetto al libro) localizzata nel terzo atto del film: un gruppo di manifestanti della destra xenofoba attacca la sede di un’organizzazione di volontari, intenti a smistare i vestiti che sono stati donati in beneficienza ai migranti; poco importa se all’interno dell’edificio si trova “casualmente” uno dei protagonisti. Questa è una delle due chiavi di volta per capire il senso dell’adattamento, una piccola traccia del nostro presente intollerante nei confronti del prossimo, quel prossimo che non è incarnato solo in chi viene da lontano in cerca di una nuova casa ma anche in chi abita nell’appartamento di fronte (se non nel proprio). Così il romanzo di Eshkol Nevo, un trattato poetico sugli aspetti più problematici delle relazioni umane, diventa per Nanni Moretti l’occasione per inquadrare il suo punto di vista su un’Italia alimentata/manipolata dal pericoloso fuoco del sospetto, della sfiducia, della rabbia e, ancora peggio, dell’indifferenza (il film era pronto prima dello scoppio della pandemia, ma non vuol dire che sia meno centrato, anzi).

Riccardo Scamarcio, Elena Lietti.

L’altra chiave di volta, l’aggiunta che colpisce nel tredicesimo lungometraggio di finzione di Nanni Moretti, riguarda invece quelle assenze che spostano la riflessione su un piano lontanissimo dalla sua fonte, dato che ruotano intorno alla figura dello stesso regista: la sua “assenza” è quella più importante, a maggior ragione sapendo che Tre piani rappresenta la prima volta che porta su schermo una storia scritta da qualcun altro. Avendo trasformato il testo di partenza in un altro in cui il dialogo fa da padrone (il film è costituito prevalentemente di primi piani, quindi anche l’importanza dell’immagine e dello spazio al suo interno viene ridotta al grado zero) stupisce che Moretti non abbia voluto inserire quell’ironia spietata che da sempre determina il suo posto di spicco nella storia del cinema italiano. Quindi tolta ogni forma di comicità, se non quella involontaria (ma ci ritorniamo su questo), a rimanere è il dramma, nella sua versione più torbida e angosciante.

L’esempio è il momento in cui il gelido Vittorio subisce la furia fisica di Andrea, che riversa tutta la frustrazione contro il padre e tutto quello che rappresenta (il monolite giudicante, severo, crudele e poco presente); un forte cambio di registro rispetto a opere più o meno affini nella tematica (la genitorialità) come i delicati La Stanza del Figlio (2001) e Mia Madre (2015). Ma l’assenza del regista è testimoniata anche dal fatto che il personaggio di Vittorio ha un timing che non supera i cinque minuti. Vittorio/Moretti, un uomo abitudinario che «si veste sempre allo stesso modo» (come lo descrive Dora/Margherita Buy, ormai diventata l’alter ego ufficiale), scompare durante una delle due ellissi che dividono i tre atti del film, posti in progressione cronologica e ambientati a distanza di cinque anni di distanza l’uno dall’altro (i monologhi del libro erano nel presente e facevano riferimento a un tempo passato). Perciò si potrebbe considerare Tre piani come l’uscita dalle scene (temporaneo o permanente?) del Moretti filmico, della maschera morettiana che da sempre riconosciamo in uno sguardo impassibile o nella divertente/divertita insofferenza verso il genere umano.

Nanni Moretti. Still da “Tre piani” (2021). Regia: Nanni Moretti

Purtroppo, per quanto sia interessante capire che ruolo giocherà nella filmografia del regista, Tre piani non funziona come dovrebbe e la causa va ricercata proprio nel processo di adattamento del romanzo. Con unico pregio un classicissimo montaggio alternato che fa coesistere dinamicamente le tre storie, la sceneggiatura è piena zeppa di momenti inspiegabilmente e involontariamente buffi, per non dire ridicoli, con dialoghi talmente poco realistici da mettere in difficoltà l’intero cast (senza contare alcune pessime scelte in sede di casting); solo Riccardo Scamarcio e Margherita Buy ne escono senza troppe ferite, sebbene anche a loro vengano riservati dei momenti da soap opera pomeridiana. E tale caduta di stile appare imperdonabile proprio perchè il film si costruisce interamente sulla parola parlata, l’unica che permette di avere informazioni anche sugli importanti non-detti che costellano l’intreccio. 

È impossibile non essere curiosi del futuro di Nanni Moretti, uno dei più grandi Maestri del cinema italiano degli ultimi quarant’anni, ma la speranza è che questo atipico (per lui) e scricchiolante Tre piani possa rimanere confinato tra gli effetti collaterali della trasformazione in atto. 

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