Recensioni

Pubblicata abbastanza in sordina lo scorso settembre via Warp, l’opera prima di Nala Sinephro è un lavoro di spessore che merita tutto il nostro interesse. Registrato a cavallo tra 2018 e 2019, quando Sinephro aveva appena ventidue anni, il disco si articola in otto movimenti improntati su un jazz di chiarissima ispirazione spirituale e rigogliosi di ramificazioni elettroniche. E viste le premesse, naturale, anzi, inevitabile, paragonarlo a Promises, noto e dibattuto esordio del duo formato dal decano del genere Pharoah Sanders e dal producer e compositore Floating Points. Come Promises, anche Space 1.8 guarda dritto negli occhi il mare magnum del free jazz più spirituale e ultraterreno declinandolo su comodi cuscini ambient, e lo fa con bravura e fors’anche un pizzico di piacioneria.
Sinephro si avvicina alla musica da piccola, suonando un fiddle e imparando a orecchio a riprodurre canzoni folk. È durante l’adolescenza e i suoi studi di pianoforte, però, che scopre in un ripostiglio della scuola di musica un’arpa, rimanendone stregata e dedicandogli, da lì in avanti, un’attenzione particolare. Il rapporto intimo e personale con lo strumento rimane il tratto stilistico anche del debutto in questione, lavoro nel quale Sinephro veste anche i panni di direttrice di un’orchestra composta dai numerosi protagonisti della vivissima scena neo jazz londinese (città dove la belga si è nel frattempo trasferita). Direttrice ma, al tempo stesso, fulcro attorno al quale gli ospiti finiscono per orbitare a distanze, anche armoniche, ben precise, restando perciò sullo sfondo, a testimonianza di un’idea di suono ben delineata.
Già, l’universo: impossibile non pensarci, vuoi per la vena che da Sun Ra e dalle sue visioni ultraterrene si è innestata sessant’anni fa nelle sperimentazioni free jazz trascese nell’ambient mistico di Alice Coltrane (e tutto ciò che hanno stimolato, germogliato, significato); vuoi anche più materialmente perché la Nostra, in fase di scrittura e composizione, si è sintonizzata sulla frequenza emessa da un buco nero (un si bemolle, per l’esattezza, diverse ottave più grave del do centrale).
Così risuonano nelle otto tracce – che vanno dal minuto abbondante di Space 3 ai quasi diciotto dell’ultima – le eredità della succitata Coltrane, rielaborata qui accentuandone gli elementi paesaggistici piuttosto che quelli marcatamente jazzistici: l’opener è una summa in questo senso, costruita com’è per imbastire una specie di giardino immaginario (con tanto di cinguettii di uccellini e frinire di grilli) nel quale via via ospitare i suoi compagni di viaggio. C’è spazio per sfuriate ritmico digitali come nel terzo e nel sesto movimento, complici prima Edward Wakili-Hick alle pelli e Dwayne Kilvington ai synth, poi James Mollison al sax e Jake Long dietro la batteria, in una cavalcata che rimanda ai Comet Is Coming, ma non sono che le increspature di un mare altrimenti quieto e tiepido.
Scritto e composto dalla musicista in seguito a un periodo di malattia (un cancro), l’universo sonoro di Sinephro si piega su tentazioni improvvisative (e dopotutto la scelta di registrare “liberi”, senza l’utilizzo di metronomi per accentuare la componente spontanea va in questa direzione) mostrando da subito una natura profondamente new age, anche testimoniata dall’interesse della compositrice verso la psicoacustica. A differenza di Promises, che con il suo minimalismo ambient e l’imperscrutabile tema al sassofono veicolava una componente misterica (e, direi, jazzistica), Nala Sinephro confeziona un lavoro maggiormente votato all’ambient. E non si direbbe di primo acchito.
Nonostante le ottime incursioni di Nubya Garcia, che dipinge col sassofono su Space 4, i momenti salienti si raggiungono nella successiva Space 5, dove i synth diventano acquatici e accolgono gli intrecciati fraseggi del sassofono di Ahnansé con l’arpa di Sinephro e, indubbiamente, nella suite finale: diciassette minuti di pura new age che vale da sola il disco e che contengono, in nuce, la catarsi curativa che ne voleva essere l’ispirazione.
Non è il disco jazz dell’anno, perché non è un disco jazz. A tratti sembra davvero musica per esercizi di meditazione; ma è, comunque, un disco prezioso, sia per chi lo ascolta, e soprattutto per chi lo ha suonato.
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