Recensioni

6.5

C’è un filo abbastanza spesso che unisce il trio MY DISCO a Steve Albini, a partire dal secondo e terzo disco della band, rispettivamente intitolati Paradise e Little Joy, e prodotti agli Electrical Audio di Chicago sotto la supervisione del leader degli Shellac, fino alla ragione sociale, presa da un brano dei Big Black apparso sull’EP Headache del 1987. Australiani di Melbourne, i Nostri hanno finora gravitato attorno a quella macro-area indie internazionale che si rifà alle sonorità più umbratili del post-punk. Solo che qui non esiste alcuna tendenza verso la speranza o l’energia, proprio come in gran parte della produzione albiniana.

Rispetto al passato, i MY DISCO hanno scelto la via meno praticata: invece di gettarsi su una commistione tra pop e sonorità di matrice new wave, il trio ha deciso di tuffarsi in acque torbide, in cui la respirazione è un’attività ostica. Il math rock, le influenze kraut e la maggiore concisione del passato sono quasi del tutto sparite, in questi solchi. Resta il gusto per la ripetitività, ma non ha più il carattere metronomico di ieri. Fin dall’apertura di Recede si percepisce come i MY DISCO abbiano lavorato sull’espansione del minutaggio dei brani (con la saggia scelta di un numero di canzoni ridotto: otto), interessandosi al riempimento degli spazi tra una battuta e l’altra con trovate thrilling. L’industrial malato è dietro l’angolo, ma spesso si incontra con il tribalismo, in un’interessante linea di confine tra urbanizzazione e natura (King Sound) trafitta da droni e punteggiata da esempi di controllo sonoro. È musica che ricorda un incrocio tra gli ultimi e più astrattisti Disappears (anche per il percorso di maturazione), dei Throbbing Gristle sotto morfina e i This Heat. Non c’è luce ma riflessività, lentezza vicina alla stasi, il culto del passato dei Boards Of Canada che spostato al presente (un titolo come Our Decade, coi suoi riverberi che rimandano ai fratelli scozzesi prima di salire in un incedere minaccioso, è più di un indizio) diventa qualcosa di terrificante.

Un disco che non ha come obiettivo la bellezza, bensì una profondità di visione raggiunta attraverso la reiterazione e la compenetrazione di alcune fasi: quella ritmica sempre in primo piano in quanto a volume, quella distorsiva sempre discreta ma incisiva e quella vocale, gelida e isolata (i testi a volte si riducono a singole frasi ripetute). La musica dei MY DISCO pare la colonna sonora di un film cyberpunk anni Ottanta, senza alcuna concessione all’orpello o alla gratuità. Un disco interessante, nonostante non sposti alcun paletto del filone avant in cui vorrebbe inserirsi.

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