Recensioni

Il Musical Zoo Festival di Brescia arriva quest’anno alla sua settima edizione (è stato inaugurato nel 2009) e ancora una volta riporta il Castello di colle Cidneo ad essere per quattro giorni il centro nevralgico e l’assoluto protagonista della vita culturale della città, creando un microcosmo a sé stante in cui è stato grandioso immergersi per tutta la durata della manifestazione. #Beyondspecies è stato lo slogan e la linea guida di questa edizione, per un festival che, pur essendo fin dal suo esordio improntato alla contaminazione tra generi, sembra averne raggiunto quest’anno la definitiva attuazione pratica, con un cartellone che ne rappresenta sicuramente l’apice in quanto a spessore degli artisti in programma e a varietà della proposta. Tre i palchi allestiti, ognuno idealmente dedicato ad una specifica area tematica, con un Livestage nel Bastione san Marco, una Clubarea dedicata agli artisti elettronici nella profondità della fossa viscontea e una cannoniera riadattata a luogo di dibattito e confronto per conferenze a tema musicale e non (tutte di grande interesse) ed esibizioni di artisti più “sperimentali”.

La giornata di apertura è già uno degli eventi (se non l’Evento) più attesi: dopo l’apertura affidata ai Dadamatto arrivano infatti gli attesissimi Verdena, che regalano una performance incredibile; le canzoni proposte sono quasi tutte prese dal recente primo capitolo di Endkadenz e la loro resa live è superlativa: la band bergamasca dimostra una grande maturità nella tenuta del palco e nell’esecuzione dei pezzi, il pubblico canta e si esalta tanto per nuovi classici come Sci Desertico quanto per episodi più “storici” come Loniterp. Veramente bravi.

Peccato per le contemporanee esibizioni elettroniche nella Clubarea, cui andiamo ad assistere abbandonando per un secondo lo spettacolo in onda sul Livestage, e che risultano molto svantaggiate in termini di pubblico presente (quasi interamente dirottato sui Verdena). Anche qui, però, le esibizioni sono di ottimo livello, con l’interessante duo locale Mulai e l’intenstà di Omake, a cavallo tra cantautorato, hip hop ed elettronica: set intimi, raccolti e riusciti. Terminato il ciclone Verdena, buona parte del pubblico si sposta proprio nella Clubarea per seguire i live-set di Populous e Machweo. In merito al primo rimangono le molte perplessità sullo spettacolo di Night Safari, più riuscita invece l’ondata techno senza troppi compromessi proposta dal secondo.

Serata tutta (o quasi) al femminile il giorno seguente, con un Livestage che ospita i nostrani Ovlov, il buon duo synth-pop inglese Summercamp e la rock band inglese Pins, fresca di sophomore, che sebbene continui a sembrare troppo legata ad un’ideale di orgoglio femminista forse un po’ in ritardo sui tempi, riesce a rendere molto bene in sede live. Grandi nomi nella Clubarea, che inaugura la serata con il trip a metà tra Italian Occult Psychedelia e industrial firmato Mai Mai Mai, quasi sconcertante nel suo essere profondamente suggestivo. Seguono i due set di Powell ed Helena Hauff, entrambi notevoli per abilità tecnica e che scuotono dal torpore la fossa viscontea trasformata improvvisamente in un club a cielo aperto.

La giornata di sabato è invece marchiata a fuoco dai padroni di casa Aucan. In apertura il bel set di A Copy for Collapse e il disturbato spettacolo di una Gazelle Twin inquietante, sibillina e sinceramente sinistra. Il trio bresciano presenta poi il nuovo live, anticipatore della prossima uscita: nonostante qualche difficoltà tecnica che ne ha rallentato l’inizio e diversi elementi ancora da sistemare, ci sentiamo di promuoverlo a pieni voti. Suggestivo e coinvolgente, pesca in alcuni tratti dall’ormai stereotipato sound Burial aggiornandolo ad una sensibilità tipicamente “aucaniana”, e riuscendo a non suonare derivativo. Una versione personale e ancora più matura della grande qualità presente in Black Rainbow. Ottime vibrazioni anche nella Clubarea, con i set di Lucy e del bambino prodigio Happa.

La serata conclusiva di domenica 26 luglio è stata invece all’insegna della musica in levare, con il reggae di The Patois Brothers e dei sardi Train to Roots. Spazio invece all’hip hop nella Clubarea, prima con il beatbox di Lil Klips (che riesce a vincere le iniziali perplessità di alcuni presenti con una tecnica davvero mostruosa) e poi con la proposta orgogliosamente trash e al limite del demenziale dei Fratelli Quintale. Chiude il tutto un set hip hop dei dj di Rehab.

Impeccabile e chirurgica l’organizzazione, con esibizioni sempre puntuali e impianti ottimi per resa acustica. La vicinanza dei palchi, la suggestività della location, la grande varietà di proposte di ristorazione e la presenza di mostre fotografiche e artistche seminate per il castello hanno dato vita ad un festival realmente “a misura d’uomo” e ricco di stimoli armonicamente trasversali. È stata una piacevolissima sorpresa vedere come una manifestazione partita ormai sette anni fa completamente da zero sia costantemente migliorata fino a rappresentare una bella eccellenza festivaliera in Italia.

Ne abbiamo parlato, a spettacoli conclusi, con il direttore artistico di Musical Zoo, Ercole Gentile:

Il festival si è interamente svolto nel castello di Brescia. Come vi siete inseriti in questo spazio? Possiamo dire che è stato, in un certo senso, restituito alla popolazione e ad un ruolo attivo nella vita culturale della città?

Il castello non veniva usato da diversi anni per eventi culturali, così nel 2009 abbiamo chiesto di averlo per un piccolo festival con un palco. Da allora siamo cresciuti e ci siamo “presi” buona parte del castello. Sicuramente abbiamo aperto una porta fino ad allora chiusa, dato che per l’anno prossimo il Comune sta pensando ad una programmazione culturale in Castello. E chissà che non voglia coinvolgerci… Sicuramente siamo stati in qualche modo dei pionieri.

La programmazione del festival è stata all’insegna della trasversalità di genere, unendo rock indipendente, elettronica, reggae, hip hop e molto altro. Come avete scelto gli artisti in cartellone?

Il nostro claim di questo anno ci ha rappresentato appieno. Con Beyondspecies ci interessava andare oltre i confini musicali ma sempre cercando la qualità. Abbiamo scelto i Verdena perché sono un grande nome, ma anche perché a nostro parere sono una realtà di altissima qualità, come del resto lo è la sperimentazione di gente come Powell o un nome grosso della techno come Lucy. Insomma, oltre le barriere di genere ma mai senza qualità.

E come è stata la risposta del pubblico a questa edizione?

Abbiamo avuto il record di pubblico, oltre 12.000 persone, e feedback molto positivi, direi proprio di cuore.

Propositi per il prossimo anno?

Stiamo studiando diverse novità, ma al momento sono tutte embrionali. Sogniamo un campeggio, mentre l’obiettivo è di attrarre ancora più gente da fuori Brescia.

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