Recensioni

“La città è un libro di pietra su cui è possibile leggerne la storia” così diceva Victor Hugo per sottolineare il valore inestimabile che lo spazio urbano rappresenta per comprendere l’umanità. Alessio Mariani, meglio noto come Murubutu, ha voluto presentare il suo settimo disco, La Vita Segreta Delle Città, riferendosi proprio alla citazione di Hugo, lasciando poi alla musica approfondirne il significato. In realtà Hugo non è stato l’unico, ma una minuscola cellula di un filone che, da Zola a Dickens , da Calvino a Pasolini, ha cercato di osservare e interpretare questo ambiente, rendendolo oggetto e soggetto di intrecci, racconti e preziose documentazioni. L’obiettivo del rapper/professore, sembra essere quindi quello di mettere la propria voce su questo diffuso topic narrativo.
Per chi ancora non lo conoscesse, Murubutu è il massimo esponente di un “letteraturap”, “cantautorap”,”rap didattico” o come lo si voglia chiamare,, che cerca di elevare una cultura di strada come l’hip hop a esiti poetici e letterari più aulici. Frutto di uno stile che difficilmente (per non dire impossibilmente) è riproducibile, ogni suo disco ha saputo mantenere intatta l’etichetta di “pezzo unico”, che raramente vediamo nella scena italiana.
Dopo aver attraversato a suon di rime serrate, flow ingarbugliati e raffinato inchiostro temi astratti come il vento, la pioggia, la notte ecc…, questa volta l’ex Kattiveria mette il mirino sulla città per l’appunto, il concetto più eterogeneo e cosmopolita in assoluto, fil rouge di intrecci e dissoluzioni, degrado e speranze, desiderio e monotonia. Proprio per questo motivo è necessaria più che mai l’operazione tradizionale di casa: collezionare e adottare sfumature, emozioni, idee, riferimenti diversi per ogni brano che compone la scaletta. Solo così la città può diventare davvero ciò che è, un organismo vitale, senziente e multiforme, “capace”, come dice lo stesso protagonista “di concentrare il destino degli uomini”.
In una struttura molto simile a quella dell’ultimo disco, Storie d’amore con pioggia e altri racconti… (2022), Murubutu si muove continuamente nel tempo e nello spazio. Ora è nelle strade parigine dell’800 (Flaneur), ora nella Dublino che ha ispirato l’Ulisse di Joyce (Nora e James), dando continuamente vita a personaggi che, pur non avendo tanto a che fare tra di loro, condividono segretamente le stesse disillusioni e gli stessi sogni. C’è spazio per la caratteristica lezione di storia, che se nel precedente parlava di un massacro bellico nell’Antica Roma, qui racconta della caduta di Costantinopoli per mano di un Mehmet ossessionato dalla gloria (La Caduta di Costantinopoli). Permane anche l’attenzione per mondi distopici, quasi apocalittici, spesso specchi velati di una critica sociale, che offrono ora immaginari vividi di biblioteche in fiamme e kerosene diffuso nelle strade (451), ora descrizioni di aghi nei prati, case sventrate e zombie che infestano New York (Il Deserto a NYC).
Ancora una volta è lo storytelling romanzesco il punto forte del repertorio, frutto di meticolosa documentazione, profondo scavo psicologico e impareggiabile abilità narrativa. È il caso di una Palermo labirintica e contraddittoria dove Dario, giovane perduto, scopre prima odio e criminalità, poi amore e perdono (Vicoli), oppure delle mille città fotografate da Paula e inviate in paradiso al papà defunto, in un racconto struggente e intenso (Wanderlust).
Murubutu ha le operazioni in mano, le dirige dove e come vuole e, senza rinnegare tecnicismi e abilità proprie del grande rapper old school, manifesta un interesse a 360 gradi per la realtà circostante, che va dalla cronaca (Minuscola racconta la morte dei due bambini africani Yaguin e Faudé), al cinema (il film Il Cielo Sopra Berlino è esplicitamente richiamato in La Città Degli Angeli), dalla musica (Saudade ricalca vita e nostalgia della cantante capoverdiana Cesária Évora) alla filosofia (il concetto di Flaneur si riferisce agli studi di Walter Benjamin sulla camminata disinteressata nello spazio urbano).
E se per contenuto il rapper ha già dimostrato in precedenza di poter fare quello che vuole, ciò che stupisce maggiormente è la fluidità e la piacevolezza dell’organico musicale. Viene alternato il basso e cavernoso cantato pop alle barre taglienti, in un’atmosfera variegata e sempre piegata al racconto. Basi e strutture sono accessibili, leggere, immediate, dove melodie semplici, tra archi, chitarre, pianoforti e sintetizzatori, si integrano a ritornelli memorabili e durate digeribili. A dimostrazione di una raffinatezza sempre più puntuale, Murubutu sciorina una serie di direzioni e fascinazioni che rendono il tutto eterogeneo, affiancandosi di producer (Gian Flores, James Logan, DJ Fastcut, DJ Caster, Goedi…) ma anche di musicisti (Gabriele Polimeni alla tromba per esempio). C’è il reggae quando le coordinate si allontanano (Saudade), boom bap epico e combattivo dal retrogusto esplicitamente old school quando si parla di distruzione, periferie e degrado (La Caduta di Costantinopoli, Megalopoli, Il Deserto a NYC), rassicuranti e avvolgenti echi jazz (Flaneur, Grande Città), ballad atmosferiche (Ultima Città), persino incursioni più sperimentali e industrial (451).
In ambito featuring l’album gioca con una commistione tra sorpresa e tradizione, con le usuali e ottime Dia e Elisa Aramonte affiancate da un team eterogeneo e inaspettato, dove una strofa visuale e intensa di Danno (membro dei Colle Der Fomento), un buon ritornello soul di Davide Shorty e altri interventi (Alborosie,Ivana LCX,Erica Mou) impreziosiscono e diversificano la scaletta.
A conti fatti Murubutu dimostra, come se ci fosse effettivamente bisogno, di poter dare vita a storie, personaggi e romanzi in un organico che sa essere contemporaneamente coerente ed eterogeneo, storicamente esatto e sensibilmente profondo. E se La Vita Segreta Delle Città non raggiunge i picchi d’intensità e drammaticità dei lavori precedenti (L’uomo che viaggiava nel vento tra tutti), certamente stupisce ed eccelle per gusto, versatilità e attrazione. Il rapper emiliano sta riuscendo sempre di più a togliersi quell’etichetta di rapper ingarbugliato e inaccessibile, e forse questo disco rappresenta il tentativo più concreto di avvicinamento a un pubblico più vasto senza perdere la propria, inestimabile, natura artistica.
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