Recensioni
Ai Mumford & Sons ne hanno dette di tutti i colori: troppo folk, troppo bravi ragazzi, troppo commerciali, fino a tacciarli di essere troppo religiosi. Quest’ultima critica sta regalando loro una discreta fila di haters ma, a giudicare dal tutto esaurito di ieri sera all’Alcatraz, per la band il detto inglese “haters made me famous” si è rivelato davvero profetico. Tre concerti italiani, tre sold out: la formazione capitanata da Marcus Mumford, dopo essersi aggiudicata un Grammy per l’ultimo Babel, sta collezionando una sfilza interminabile di successi, dividendo spesso la critica ma non il pubblico. L’atmosfera che si respira a Milano, infatti, è caldissima. Sopra alle nostre teste si srotolano metri di piccole luci che conducono lo sguardo verso il palco, dove uno scenario di montagne innevate e cieli stellati fa presagire uno show non privo di effetti speciali.
Non devo attendere molto per essere risvegliata dalla pirotecnica performance delle Deap Vally, duo californiano tutto al femminile che, tra scolli vertiginosi, headbanding scarlatti e piedi nudi, riesce a far saltare la folla di fan in attesa dei Mumford. È un vortice furioso di alternative rock con echi garage e blues rock, ricco di citazioni che vanno dagli Zeppelin ai Black Keys, con una voce graffiante e spezzata che ricorda in tutto e per tutto Allison Mosshart. Quando alla fine alzano i bicchieri per un brindisi in onore del pubblico, Lindsey Troy e Julie Edwards vengono investite da un applauso sincero e abbandonano il palco con il sorriso, lasciando la folla in preda ad un’impazienza febbrile.
Non sorprende, dunque, che l’ingresso dei magnifici quattro su un palco illuminato a festa venga accolto da un boato da stadio. Marcus Mumford, Winston Marshall, Ben Lovett e Ted Dwane attaccano con Babel ed è chiaro sin dalla prima nota che tutte le critiche sono sterili. Fede o non fede, folk o non folk, mi ritrovo davanti una band in grado di ricreare in un fumoso locale milanese un’atmosfera da festival, in un tripudio di coriandoli, palloncini, pugni in aria e cori assordanti che con I Will Wait si fanno ancora più insistenti, tanto che nelle prime file è quasi impossibile distinguere la voce di Marcus Mumford da quella universale della folla. Dopo soli due pezzi, tutti i miei pregiudizi nei confronti dell’ultimo album dei Mumford and Sons si sono infranti, spazzati via dall’incredibile potenza del live, da questo inerpicarsi di banjo e contrabbasso, dalla corposa forza della voce di Marcus. I Mumford sono meglio live che in studio: piacciono, convincono, forse addirittura ammaliano. Prima ci colpiscono allo stomaco con la drammatica e straziante White Blank Page, togliendoci ogni speranza per poi restituircela nel crescendo di Timshel. Sul palco Marcus si divide tra la chitarra e la batteria, ogni tanto un trio di trombe va a sottolineare il trascinante sound degli inglesi. Il pubblico alza striscioni e si verifica il primo miracolo della serata: al posto delle ormai onnipresenti luci degli schermi degli iPhone compaiono gli accendini e persino qualche timida scintilla di stelline da capodanno.
La mia più grande critica ai Mumford and Sons era stata quella di aver sprecato il potenziale promettente racchiuso nel primo Sigh No More con un secondo album che si profilava come una continuazione stanca e ripetitiva di una buona intuizione iniziale. Dal vivo, invece, emergono tutte quelle differenze che lo studio tendeva a divorarsi. Il live non lascia spazio alla noia, al già sentito, e conferma un sound inconfondibile che coinvolge e, addirittura, travolge. Gli si perdona facilmente qualche scivolone ritmico su Little Lion Man e qualche leggera incertezza su Awake My Soul, perché la perfezione non è di questo mondo, e la band ha ancora in serbo qualche sorpresa. Il secondo miracolo, infatti, si verifica verso la fine. Abbandonato il palco, i Mumford appaiono in fila in galleria, costringendo tutti ad alzare la testa. Basta un cenno per indurre la folla al silenzio. Per tre secondi nell’Alcatraz echeggia un vuoto surreale che si rompe con una bellissima ed emozionale versione a cappella di Little Sister. Tre secondi, però, lunghi abbastanza da lasciarci intontiti. Sul finale gli inglesi regalano due dei loro pezzi più amati, Winter Winds e The Cave, e il cerchio si chiude in una circonferenza (quasi) perfetta.
È difficile trovare le parole giuste per descrivere a chi non c’era una performance che ha come pregio principale quello di aver saputo creare un’intesa perfetta tra chi stava sul palco e chi, invece, ascoltava. Nel concerto di stasera c’era dello spettacolare, ma parlare di spettacolo non è del tutto corretto. Non c’erano soltanto spettatori: per la prima volta da tempo mi sono ritrovata davanti a una folla che, in un modo o nell’altro, ha partecipato. Davanti a questo piccolo grande prodigio, tutte le altre obiezioni sembrano scomparire miseramente nel banale e nel retorico. Marcus Mumford ha salutato Milano con la formula del “You are one of the best crowds we’ve ever played to”. E, nonostante l’abbia sentita già allo stremo, devo ammettere che questa volta ci ho creduto davvero.
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