Recensioni

Quartetto inglese in giro da una decina d’anni abbondante, i Mugstar hanno trafficato e pubblicato con praticamente tutto l’arco parlamentare della psichedelia più hard, da Rocket Recordings a Trensmat, dagli Oneida ai White Hills, da Important a Damo Suzuki dei Can. Questo senza mai perdere di vista l’obbiettivo principale della propria musica, rifratta in una serie di pubblicazioni che spaziano dal 7” al vinile lungo: il trip. Molte volte esposto in forme hard, per densità sonora quasi limitrofe allo stoner, molto più spesso scegliendo invece la via soporifera della ballata oppiacea, il sound dei Mugstar crea dipendenza e fa cedere l’ascoltatore alle lusinghe di un suono cullante, reiterato e ciclico come d’ordinanza. Dopotutto è l’impianto stesso dell’album a prestarsi, ancor più che in passato, a certe dinamiche, essendo stato concepito senza forzature di tempi in studio, facendo ricorso a lunghe session improvvisate in cui il quartetto ha via via affrontato tutto lo scibile psych a propria disposizione.
Così Magnetic Seasons, che parte denso e corposo tra motorik oneidiano, kraut-rock d’assalto e space-rock mantrico (Flemish Weave, Time Machine e l’opener Unearth ne sono ottimo esempio) va mano a mano rallentando i giri, abbassando i volumi e dilatandosi ulteriormente. Non solo come minutaggio, come accade nel turning point “introspettivo” Remember The Breathing, ma anche e soprattutto come orizzonti sonori, sfaldandosi via via in una pulviscolare pastorale psych, pronta a sciogliersi in elegie quasi ambientali (Sky West & Crooked, Regency Blues, Magnetic Season) e dal gusto “ascensionale” (la conclusiva ed esaustiva, anche dal titolo, Ascension Island). Un ottimo lavoro che fa passare i 74 minuti (!) di durata in un attimo.
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