Recensioni

«Ogni volta che suoni per il pubblico e invece che per te stesso… sei fottuto!», diceva Mark Arm. E infatti si vede che i Mudhoney suonano proprio per il gusto di farlo. E si divertono, non per (o anche per) ma con chi li ascolta. Se lo danno solo a intendere, be’ lo fanno benissimo. A guardarli in faccia si ha sempre l’impressione che Mark Arm, Steve Turner, Guy Maddison e Dan Peters (lui è un po’ più difficile da vedere, là dietro ai tamburi) se la spassino proprio. Più o meno quanto ci divertiamo noi a sentirli suonare, carichi, belli ruspanti e anche guasconi, ma il giusto. Attaccano con una Into the Drink che ci riporta ai tempi di Every Good Boy Deserves Fudge, anno 1991. A vincerla per i recuperi dal passato sono altri dischi: Superfuzzbigmuff e dintorni (early singles quindi) e Mudhoney. I più amati, i migliori. Il presente è teso come vuole la canzone manifesto I’m Now e quindi spazio giusto anche all’ultimo album Digital Garbage. Alcuni pezzi nuovi hanno davvero un bel tiro stasera: penso soprattutto a Kill Yourself Live, già un inno da pogo per i fans più hardcore, a Night and Fog con aggiunta di synth; qualche altro brano stenta un po’ (Please Mr. Gunman).

La scaletta comunque è piena di bei momenti. Tra i topici scegliamo per ragioni di cuore Touch Me I’m Sick, che da che mondo è mondo scatena il terremoto nei locali, e una splendida If I Think: le sue parti lente e le sue aperture sprintate escono dagli amplificatori in maniera brillante, con una dinamica quasi commovente. Dall’album omonimo i Mudhoney avrebbero potuto suonare anche When Tomorrow Hits (ricordo una versione da brivido a Bologna qualche anno fa) che non c’è; in compenso, tirano fuori da lì una Here Comes Sickness che è uno degli highlights assoluti della serata (e lasciatemi fare un plauso al buon Dan Peters, l’elemento più sottovalutato della band). Siamo già nel bis, da urlo, letteralmente. Sweet Young Thing (Ain’t Sweet No More) è sempre quel gran bluesaccio che ti stordisce e ti entra nelle viscere come una droga, e subito dopo parte una raffica di cover punk-hardcore vecchia scuola. Tra gli svedesi Leather Nun di Ensam I Natt, i Fang di The Money Will Roll Right In, naturalmente i Dicks di Hate the Police e i Black Flag di Fix Me, la band dà fondo a tutte le energie e un Mark Arm passato alla modalità senza chitarra e a tutta voce ha ancora fiato per urlare come un dannato. Mentre si dimena come un garzoncello punk ci manca poco che non si strappi (a un certo punto fa una smorfia e si blocca dopo aver dato un calcio in aria…), segno che gli anni sono quelli che sono. Però trovarne anche di giovincelli che suonano così…. con quello spirito, quella passione e quello humour. Non si saranno mai presi troppo sul serio, ma i Mudhoney sono seri e seriamente una band di cui si vedrebbero volentieri altri concerti e si ascolterebbero altri dischi.

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