Recensioni
In un crudele aprile, all’interno della pittoresca cornice del Koko di Camdem, si è svolto nel primo giovedì del mese uno degli appuntamenti più attesi della stagione musicale 2013. Sette ore di puro noise d’autore sotto l’etichetta Mouth to Mouth, micro-festival annuale, qui sintetizzato nelle parole del suo fondatore e direttore artistico Michael Gira: This is the first instalment in what we hope to be a yearly festival, focused on disparate music and genres. Artists are chosen based on their ability to resuscitate, set fire to the air, or to mesmerize. All of the performers chosen for this year’s festival I find personally to be compelling in this regard. The goal: joy!. Sembrava che il clima londinese preparasse e si prestasse a fornire una cornice adatta all’esibizione della band newyorkese e ai soci del Mouth to Mouth, vista l’abbondanza di neve e di gelido vento dal nord. Quattro i grossi nomi della scena internazionale: Grouper, Xiu Xiu, Mercury Rev (con la partecipazione di membri dei Lemon Jelly e Tunng) e ovviamente gli Swans, riuniti nel barocchissimo Koko per sette ore di meravigliosa musica.
Ad aprire il festival è stata la musicista dell’Oregon Grouper, alias Liz Harris, con un live di quarantacinque minuti in cui strati e strati di droni sovrapposti hanno creato un tappeto ambient folk dalle forti tinte noise. Una suite in cui si sono alternati silenzi quasi new age ed esplosioni di chitarra, tastiera e laptop – accompagnati da immagini acquatiche – che ha confermato l’eleganza compositiva della musicista statunitense. A seguire, Jamie Stewart in solitaria, armato di chitarra e iPad, anche lui impegnato in un set di quarantacinque minuti. Pur avendo visto molte volte dal vivo la band di San José, questa è stata la prima volta che li abbiamo ascoltati in versione unplugged: in completo, giacca, cravatta e mocassini, Stewart sembra una novella versione omo e maledetta dell’Elvis hawaiano, tanto potente e ispirato è stato il lirismo della sua esibizione. In sottofondo, suoni di un’afosa giungla, di un’Indonesia, di una Thailandia, caldo tropicale e umido sopra il quale il nostro canta canzoni d’amori finiti in disgrazia. Un’aura di religiosità avvolge il teatro durante l’esibizione di uno Stewart (Come, come into my church, urla) che sceglie di non suonare quasi nessun brano dei suoi Xiu Xiu e propone cover della tradizione folk del sud degli Stati Uniti (Charlotte Elliott e Willie Nelson, tra gli altri). Speciale.
A spezzare l’atmosfera arriva Ben Frost, con un’esibizione che definire orribile è dire poco. Una specie di macho testosteronico tamarro e volgare (tipo un Lorenzo Lamas che si mette ad armeggiare con i synth) che si è presentato sul palco scalzo e in canotta – provvisto di muscoli ostentati e ciuffo compiaciuto – con una specie di sound station (tastiere, troppe e inutili) e due batterie. Ora, a cosa servono due batterie quando al massimo se ne usa una e per giunta male? Mistero. Risultato, quarantacinque minuti spesi male: prendete un brano dei Drexciya e disintegratelo trasformandolo in una techno da giostre con basi volgarissime fatte di bonghi e schitarrate metal totalmente a caso. Quale lo scopo? Scimmiottare Alec Empire e gli Atari Teenage Riot ? Proporre un set techno? Difficile dirlo.
Dopo tanto orrore e tanta noia, tocca ai Mercury Rev dare sollievo ai timpani e agli occhi, con uno spettacolo audiovisivo che mette in scena una colonna sonora live della pellicola del 1956 Le Balloon Rouge di Alber Lamorisse. Una colonna sonora psichedelica fatta di tromboni, flauti, clarinetti, timpani, tamburi unitamente ai più classici chitarra, basso e batteria.
Dopo cinque ore di warm up, ecco che la santa inquisizione del post-industrial sale sul palco per l’atto finale e più violento di questo Mouth to Mouth. Assistere a un concerto degli Swans non è per nulla semplice: anzitutto, il volume dell’esibizione è altissimo (in confronto, il live dei My Bloody Valentine sembra uno scherzo); in secondo luogo, finché non si entra dentro il meccanismo che soggiace all’esibizione della band, non si comprende fino in fondo ciò a cui si sta assistendo. La macchina cupa ed ossessiva con Gira che urla in falsetto, recita greve e canta litanie incomprensibili (per lo più tutte estratte dell’ultimo The Seer) ha un preciso ed unico scopo: fare riflettere sulla miseria della condizione umana. Violento e potente è infatti l’urlo di critica allo stato attuale delle cose (Waste Is Obscene recitavano le t-shirt in vendita) come violento è il medium attraverso cui questa denuncia viene messa in atto: droni metal reiterati per due ore, senza tregua. La perfezione con cui questo show viene messo in scena è chirurgica; la band sul palco dimostra i propri trent’anni di esperienza con una sezione ritmica spaventosa (Chris Pravdica al basso e Phil Puleo alla batteria) e un Gira in splendida forma. Certo, scremando dal metal, dall’industrial, dai droni e da tutto il resto, quello che esce fuori da questo live degli Swans – e che forse su disco non è così evidente – è proprio la dimensione profondamente blues della loro musica: siamo di fronte alla stessa disperazione che faceva urlare Screamin’ Jay Hawkins o Robert Johnson, che ha fatto sì che il blues nascesse negli Stati Uniti come linguaggio di denuncia ma in qualche maniera anche come atto consolatorio.
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