Recensioni

7.1

Nello sterminato catalogo delle aesthetics, aggregazioni molecolari di senso ormai di larga comprensione dal Covid in poi (in principio fu il cottagecore), tutta una parte dell’archivio è accomunata dal riferimento alla natura, allo stare fuori, nelle foreste, nelle cabin, alla fantasia di essere assorbiti dal muschio, e via dicendo. Cabincore, MossyRainy Day, condividono un senso di calma e di pace, di coziness. Nel parlare di Night Palace, ultimo album di Phil Elverum, in arte Mount Eerie, forse il riferimento più puntuale è quello al gloomcore, se non per una questione banalmente geografica: sia l’universo creato nei decenni da Elverum, sia l’estetica hanno radici ben piantate nel Pacific Northwest, la parte più settentrionale dello Stato di Washington.

Grunge, grandi foreste e montagne (Mount Erie è una località geografica reale), un senso di mistero e allo stesso tempo familiarità. Eeriness nella definizione di Mark Fisher. Un’estetica immortalata in modo definitivo in Twin Peaks, dove si fa un gran parlare di foreste, sin dalla sigla di apertura. «The evil in these woods» avverte lo sceriffo Truman; «the woods are wondrous here, but strange» ammonisce il giudice Sternwood (aridaje). Tutto il lavoro di Elverum è pesantemente informato di elementi naturali, uno sguardo intriso di misticismo verso la maestà dei boschi, delle montagne, dell’acqua. Night Palace, scritto in un periodo di due anni in cui Elverum si è trasferito dalla natale Anacortes nell’isola di Orcas, località ormai vittima del turismo delle seconde case (tema, come vedremo, molto sensibile), non fa eccezione nell’uso (o abuso, nelle parole di Elverum stesso) di immagini naturalistiche, quasi francescane: una continua evocazione di uno scenario gloomcore che, però, assume tratti leggermente diversi dai precedenti lavori.

Questo afflato misticheggiante occupa tutta la prima parte di Night Palace, titolo preso da una poesia di Joanne Kyger, un album di 26 “cose”, come le chiama Elverum, per una durata di un’ora e 21 minuti. Il disco segna una rottura, sia testuale che musicale, con la fase stripped-down folk di A Crow Looked At MeNow Only, dischi pubblicati in seguito alla perdita della moglie Geneviève Castrée e segnati da, nelle parole di Elverum:

Una resistenza agli occasionali flirt della mia mente con un’interpretazione mistica delle cose che mi stavano succedendo
Phil Elverum

La ritrovata continuità con un’idea twinpeaksiana di natura, dove «i gufi non sono quello che sembrano» si rivela anche nelle autocitazioni. Un verso di I Saw Another Bird è lo stesso di No Flashlight, dall’album omonimo del 2005 («there is another world inside this one»): il motivo di un ponte fra il mondo umano e quello animale o, in generale, naturale; di un linguaggio “di mezzo” che sa cogliere – ma non replicare – solo chi si mette in ascolto: «there is a music no one hears unless they quiet all the way» in I Heard Whales (I Think), ma anche i frequenti innesti di registrazioni ambientali (piogge, temporali).

Questa natura così cercata, così abitata (Elverum racconta di aver passato l’ultimo anno lavorando nei boschi) fornisce però solo un’illusione di radicamento, di esserci. Tutta la seconda parte del disco è mirata ad accostare questioni politiche e radicamento territoriale, svelandone i rapporti ambigui (quando va bene, «I own land, I feel funny» nell’ansiogena Co-Owner Of Trees) e basati su colonialismo e schiavitù (quando va male). In questo senso si potrebbe leggere il disco come una presa di coscienza delle fondamenta intrinsecamente violente del senso di appartenenza a un luogo, a una terra confiscata agli indigeni e rivenduta.

Esempi testuali in questo caso non mancano. Non Metaphorical Decolonization è forse l’esempio più calzante fin dal titolo, che richiama un articolo accademico del 2012 sulla necessità di non usare il termine decolonizing a sproposito, per questioni che non siano la restituzione delle terre agli indigeni (in questo caso sei popolazioni riconducibili al macrogruppo Salish). Si parla di una terra sottratta, rubata, che sotto la superficie nasconde un’altra topografia, un’altra urbanistica, quella appunto indigena (d’altronde anche Twin Peaks contiene una coscienza simile, nella figura di Hawk). Nello spoken word di 12 minuti Demolition, Elverum parla di sentirsi un ospite a casa d’altri, e fa riferimento a LandBack, movimento indigeno per la restituzione delle terre.

Il confronto con un presente (politico, climatico) inaccettabile, con l’evidenza della violenza territoriale su cui si basa la propria identità, con l’immensità del lutto e del mondo altro portano Elverum (forse non casualmente uguale, a livello fisiognomico, al villain di Twin Peaks Windom Earle) a una demolizione vera e propria delle proprie certezze. Una vita vissuta fino ai 46 anni nel segno dell’impermanenza, seguendo una visione quasi zen, figlia della sua educazione da «white hippy west coast seeker» (in Demolition), che si rivela drammaticamente insufficiente a comprendere quello che c’è sempre stato, questo orrendo presente che non permette rigenerazione ma solo assenza, un vuoto generato dalla consapevolezza di essere nulla nell’infinità costitutiva di questo mondo, dell’altro, e di quello di mezzo.

Nell’ultima “cosa” del disco, New Eyes, Elverum fissa un masso, immagine di permanenza, e confessa di avere bisogno di occhi nuovi. Il suo sguardo, così come rivolto sinora, non è più in grado di cogliere nulla. Dal gloomcore a un’estetica, simile a quella adottata da Calvino nelle Cosmicomiche, che fa parlare direttamente l’universo, perché noi non abbiamo niente da dire. Alla buon’ora.

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