Recensioni

Recuperi dovuti al tempo del COVID-19. Moses Boyd – batterista/producer/groove machine e già 50% del progetto Binker & Moses, il cui Dem Ones nel 2015 aveva attratto le attenzioni degli addetti ai lavori facendogli guadagnare riconoscimenti come Best Jazz Act ai MOBO Awards del 2015, UK Jazz Act of the Year e Breakthrough Act of the Year ai Jazz FM Awards 2016 – arriva dopo una serie di mini release al suo primo lavoro sulla lunga distanza.
Questa volta non vi farò la pappardella della nuova scena jazz inglese, perché ho già dato in precedenza, però è ormai palese che a quelle latitudini hanno una marcia in più e Moses Boyd dimostra con Dark Matter di avere lo sprint giusto. Dimenticate per un attimo le atmosfere “classiche” delle produzioni in combo con Binker Golding, perché Dark Matter è tutta un’altra storia: uno stroboscopio di suoni e di ritmi – campionati e non – in cui Boyd, da novello arcivescovo spaziale, coordina i suoi fedeli sacerdoti nella messa in scena di una flashante funzione, mescolando hip hop, grime, breakbeat e, ovviamente, jazz. Le bestemmie dei puristi, che sento già in lontananza, verranno adeguatamente punite nelle dovute sedi, ma la Groove Mass di Boyd non si discute: si balla.
Si parte subito forte, con Stranger Than Fiction e i suoi intrecci pianistici e le pugnalate dei fiati, che si trasforma in pochissimi secondi in una danza grime e afrobeat vertiginosa, e si va avanti poi, verso l’Africa di BTB e Y.O.Y.O, il momento di Dark Matter più legato alle radici e ai tempi sghembi del continente da cui tutto è partito. It Begans in Afrika, parafrasando i Chemical Brothers. Shades of You, Dancing in the Dark e Nommos Descent (con la partecipazione rispettivamente di Poppy Ajudha, Obongjayar e Nonku Phiri) sono le uniche tracce in cui si affaccia una voce vera: nel primo caso, che è anche il singolo che ha introdotto l’album a gennaio, la Ajudha plana con classe sugli infernali breakbeat di Boyd, mentre la roca voce di Obongjayar domina il dub di Dancing in the Dark. A Nonku Phiri tocca il compito di ipnotizzare e su Nommos Descent i suoi vocalizzi si incastrano sui ritmi quasi d’n’b sparati dall’ispirato Boyd. Notevole. A chiusura gli otto minuti di What Now, sognante composizione al termine di un album che difficilmente rimarrà fuori dalle top five di fine anno, perché a fatica si troverà in questo 2020 qualcosa di simile per ispirazione, produzione e, soprattutto, visione.
Moses Boyd, Shabaka Hutchings, Kamaal Williams, Alfa Mist, Yussef Dayes – l’elenco potrebbe continuare per molto ancora – alfieri di un movimento che, a memoria, non ha eguali nella storia recente del jazz sperimentale. Londra Jazz Caput Mundi? Io credo che non ci siano più dubbi.
Amazon
