Recensioni

6.5

Martino Cuman dei Non voglio che Clara produce artisticamente il disco d’esordio di Mosé Santamaria, un lavoro che parla il linguaggio del cantautorato seppur con piglio modernista e laccato. Mire electro-pop racchiuse in brani come A Nizza (non era amore) convivono con morbide lentezze sognanti (Come gli dei) e parafrasi baustelliane (Mine Vaganti), in quella che l’autore stesso definisce – dimostrando una certa consapevolezza – una musica da «misticismo quotidiano».

Se musicisti come Paletti giocano con il pop elettronico in maniera sfrontata e “sociale”, Mosé Santamaria rappresenta un po’ la versione meditativa, in qualche modo contaminata e meno ortodossa di quell’immaginario, tra synth e beat elettronici appena accarezzati e un’indole fondamentalmente intimista. Centro del disco d’esordio del cosmico cantautore pop ci sembrano gli arrangiamenti, più che le parole, capaci di dare forma al mood dei brani e di nobilitare la scrittura forse anche oltre i reali meriti della stessa. Tanto per dire che brani come L’altra parte della città probabilmente non darebbero la stessa sensazione di compiutezza in versione “nuda” voce e chitarra: un’osservazione, la nostra, che se da un lato lascia il tempo che trova – un disco come questo è fatto di suoni e parole, e come tale va preso – dall’altro nasce spontanea e inevitabile quando si parla di cantautorato.

Detto questo, Santamaria riesce comunque a creare un linguaggio proprio e riconoscibile (e per certi versi anche coraggioso, come ad esempio in brani formalmente poco “comodi” come Compromessi e chiacchiere da bar), dettaglio non trascurabile in un’epoca di banalità seriali come è quella in cui ci troviamo ad operare.

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