Recensioni

Ammettiamolo, la notizia shock delle cure contro il cancro a cui si è sottoposto Morrissey uscita poco prima delle partenza del tour, ha fatto impennare le vendite dei biglietti del signore col ciuffo nel Bel Paese. Un rapidissimo tam-tam di notizie su giornali e webzine – che, in qualche caso, hanno speculato sulla notizia, non specificando che Moz si è espresso solo in termini di “passato” verso la malattia, e non di presente – ha aumentato esponenzialmente la preoccupazione nei fan, ma anche e soprattutto la spasmodica attesa.
La prima delle due date capitoline all’Atlantico, sold out quasi una settimana prima, vede sin dalle prime ore del pomeriggio una fila importante di fedelissimi appostarsi sulle transenne dei cancelli con discorsi tipo: “Potrebbe essere l’ultima volta, speriamo bene…”. Insomma, con gli ovvi scongiuri del caso, questo concerto sembrava proprio essere un’occasione speciale, a cui era impossibile mancare. Ad accogliere i presenti, un cartello che lascia poco spazio alle interpretazioni: “All’interno del locale è severamente proibita la consumazione di panini con qualsiasi tipo di carne o pesce”, e c’è anche chi ne approfitta per fare un volantinaggio di sensibilizzazione contro lo sfruttamento animale per fini alimentari.
Puntuale come un orologio svizzero, alle 21:00 entra in scena Morrissey, che scalda subito un Atlantico strapieno con il cavallo di battaglia The Queen Is Dead. Sin dalle primissime note il cantante sembra essere in gran forma, con una voce cristallina e movimenti per nulla stanchi. Il nuovo album World Peace Is None Of Your Business sembra aver ridato all’artista lo smalto perso in studio, e anche lui sembra esserne convinto, a giudicare da una scaletta di sedici tracce con ben la metà composta da brani dell’ultimo disco. La bella sorpresa è che anche il pubblico ha assorbito bene le canzoni, cantate a squarciagola da molti nonostante la recente pubblicazione, tra tutte la title track, Kiss Me A Lot, Istanbul ed Earth Is The Loneliest Planet.
Normale però che i pezzi più attesi siano quelli degli Smiths, e infatti How Soon Is Now? vale da sola il prezzo del biglietto. Momento banalità/verità: chissà come sarebbe stato quel fantastico vibrare di chitarra con la presenza di Johnny Marr. Nel mentre vengono dispensati continui segnali d’amore verso la Capitale, definita “ la città che più sento mia”. Facile parlare di frase di circostanza, non fosse per le risapute notti passate a vagare per Roma e l’appassionata storia con “Gelato” al De Russie di Piazza Del Popolo, la cui entrata è stata invasa dai fan nei due giorni precedenti lo show, assieme al Parco delle Vittorie, sede della partecipazione televisiva per Gazebo. Accompagnato dalla validissima band, che stavolta preferisce camicia bianca e bretelle in stile Clockwork Orange alla T-shirt “Fuck Harvest”, Moz concede il giusto spazio alla solita, tagliente, ironia espressa in poche parole: “Il dottore mi ha detto di sorridere, quindi non lo farò“.
In poco meno di un’ora e mezza di concerto, il culmine del pathos si è addensato nei cinque minuti che più di tutti verranno ricordati dai presenti. Parliamo di Meat Is Murder, brano accompagnato da impressionanti immagini dei maltrattamenti che subiscono gli animali destinati al mercato alimentare. Sono secondi lunghissimi e claustrofobici, terribilmente ansiogeni, in cui la voce del cantante quasi non esiste se non in tiepido sottofondo, tanto le raccapriccianti scene catalizzano gli occhi della platea, tra chi decide di chiuderli, chi sceglie di voltarsi con le spalle al palco e i “coraggiosi” che, nonostante tutto, non riescono a distogliere lo sguardo. Il momento ha contorni drammatici, con Morrissey che canta con voce piena di odio, indicando ripetutamente con il braccio lo scempio causato da certe politiche del consumo, obbligandoci ad assistere a tanta brutalità e decidendo egli stesso di osservare le terribili proiezioni con le mani tra i capelli. Immagini che, piaccia o no, sono purtroppo reali (detto dal sottoscritto che è tutto tranne che vegetariano), e che forse faranno riflettere qualche secondo in più, prima di ordinare il solito hamburger al fast food. Un pugno allo stomaco da cui sarà possibile riprendersi solo con la splendida Asleep, che mette in mostra tutte le capacità vocali dell’artista, illuminato da una intima ed elegante luce blu.
La chiusura è di quelle da incorniciare, con la storica Everyday Is Like Sunday che durante il coro viene cantata così forte dal pubblico da coprire la voce di un Moz evidentemente compiaciuto. Si chiude così, non prima del lancio della sgargiante camicia (cambiata proprio in occasione dell’ultima traccia) in mezzo alla folla – che ha creato qualche grattacapo alla sicurezza, intenta a calmare i contendenti del prezioso trofeo – l’esibizione di un mostro sacro ancora in grado di dare tutto sé stesso, ma soprattutto forti emozioni, senza scendere nella facile sviolinata. La regina sarà anche morta, ma Morrissey è più vivo che mai.
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