Recensioni

6.8

«L’imbarazzo è senza scelta perché Morini non lo ha deciso, di scrivere canzoni in italiano, sono venute a cercarlo loro, con l’aria di chi dice: “ci hai girato intorno abbastanza, è ora di farti capire dai tuoi parenti”». È con la solita ironia e una certa leggerezza che il romagnolo Moro (& The Silent Revolution) annuncia una piccola e al tempo stesso epocale svolta. Da sempre fautore di un pop-folk-rock con i piedi ben piantati nella tradizione britannica, testi in inglese compresi, in questo disco il Nostro colleziona invece undici brani che provano a conciliare quella tradizione musicale con una lingua con decisamente meno parole tronche (è solo una questione di accenti, è vero, ma fa una certa differenza alla fine).

Come se la cava? Piuttosto bene, a giudicare da un brano come l’introduttiva Guarda Londra, strana progressione con un “giro” tipicamente Stooges (qualcuno ha detto No Fun?) diluito in un arpeggio su accordi in minore, il tutto visto ironicamente dal punto di vista di un timido col cuore trafitto dalla «cerva» di turno. C’è poi una velvetiana Amsterdam a ricordarci che Morini è soprattutto un songwriter attratto dalla melodia più che dagli spigoli, anche se la successiva Eri Lì abbozza una cadenza à la Libertines con un certo tiro e Le donne del porno scherza su certe tendenze “isolazioniste” con stile e arguzia, su un beat serrato e un basso quasi post-punk. E se La spiaggia è vuota è un bel pensierino indirizzato a certi Violent Femmes sdruciti e acustici, E ora ti mancano è forse il pezzo più profondo del disco, con una vena cantautorale inaspettata ma efficace nascosta da certi fiati soul e un’atmosfera tutto sommato sospesa.

C’è questo e molto altro in un album che conferma la bravura di Moro & The Silent Revolution – con la “Silent Revolution” che in questo disco risponde ai nomi di Checco Girotti (batteria) e Enrico Farnedi (fiati) – nello scrivere musica “significativa” seppure inserita in una palette di suoni piuttosto ortodossi, ormai parte di un bagaglio sonoro gestito alla perfezione. In qualche frangente, nonostante la buona qualità della scrittura, si ha l’impressione che tutto sia un po’ troppo trattenuto, dal cantato fino alle scelte legate al suono, e che un tantino di sana irruenza in più avrebbe giovato. Ma del resto «Dovrei mettermi uno o due lustrini in più / Fare il matto, basta coi maglioni blu / Qualche novità / Io ci provo / Ma non mi torna il finale», e allora va bene anche così. Soprattutto quando sono le canzoni che ti vengono a cercare e non viceversa, per giunta in una lingua “tutta da scoprire”.

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