Recensioni

6.3

La mano è quella, ormai si riconosce a occhi chiusi. I Morcheeba sono tra le band che hanno maturato uno stile peculiare, seppur senza inventare niente, riuscendo a perpetuarsi nel tempo senza smarrire la fedeltà a se stessi. Emersi dalla scena londinese alla metà di quegli anni ’90 in cui i riverberi del Bristol sound riecheggiavano ovunque, Skye Edwards e Ross Godfrey, unici due membri rimasti del terzetto che fino al 2013 contava anche Paul, il fratello di Ross, hanno piegato quelle ruvide e oscure sonorità a un verbo pop dai toni languidi, vellutati, ai limiti di chill e lounge ma con influssi jazz, funk, soul e R&B, imponendosi – al pari dei Lamb per esempio – come l’anima più soft e melodica del genere che forse più di tutti (con buona pace del britpop) segnò la direzione musicale dei 90s albionici.

Blackest Blue – al quale hanno collaborato Duke Garwood (che ha lavorato fra gli altri con Mark Lanegan) e Brad Barr (The Slip, The Barr Brothers) – è il loro decimo lavoro in studio e giunge a tre anni da Blaze Awyay. Ovviamente, siamo distanti anni luce dalle vette toccate con Big Calm e Fragments Of Freedom ma la sensazione è che il duo abbia un po’ risentito della mutilazione nella lineup che ne ha ovviamente rivoluzionato l’approccio compositivo, visto che già il succitato precedente lavoro non fu nulla di trascendentale.

Non sarà sicuramente per questo che tra i singoli di lancio di questa nuova prova è stata scelta una cover, The Moon, reinterpretazione di un brano della cantautrice croata Irena Zilic, ma la sensazione è che i Morcheeba di oggi oltre al fare i Morcheeba non sappiano andare, rappresentando una versione lasca della band che fu, capace di regalare sussulti solo quando riesce a rievocare i tempi d’oro. Accade, per dire, in Sulphur Soul, passaggio dagli intuibili rimandi a una delle maggiori hit del gruppo, la stra-famosa The Sea; oppure nella conclusiva The Edge Of The World, costruita su un ritornello finemente intessuto che ridà fiato agli aliti imperiali di Rome Wasn’t Built In A Day. Poi certo, è innegabile che una Sounds Of Blue resta un brano che oggi in molti si sognerebbero di scrivere.

Va detto, infatti, che pur apparendo ormai demodé, i Morcheeba mantengono sempre quell’eleganza e quella leggiadria che permettono loro di indossare qualsiasi straccio (detto con rispetto, ci mancherebbe) senza sembrare sciatti. Per cui, tutto sommato, si salvano anche a questo giro perché in fondo Roma non fu costruita in un giorno ma in un giorno non può neanche essere demolita.

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