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I Moorder sono un quintetto sguinzagliato sulle tracce di un vibrione jazzcore che non ha paura d’inebriarsi noise e funk. Lo fa affidando la base ritmica a basso, bassotuba e batteria, mentre la chitarra – del leader Alessandro Lamborghini – intraprende dialoghi tesi e dinamici col trombone. I risultati sono notevoli, anche per la disinvoltura con cui s’immischiano geneticamente coi codici della rivisitazione cinematica cara a Calibro 35 e Le Gorille. Alle situazioni catalogabili come post-rock e sbilanciate math si giustappongono quindi tumulti e strappi blaxploitation, alle galoppate elettriche sferzanti si alternano sottigliezze astmosferiche e trame puntigliose, mentre l’interplay è un intreccio fitto di lirismo nervoso e ghigni ludici.

Insomma, a quattro anni dall’omonimo esordio questo Moorder II mette sul piatto una calligrafia più matura ma sempre guizzante, entusiasta e spigolosa. Tra i dodici pezzi in programma spicca Afro Bones – con le sue sottigliezze timbriche, i fervori percussivi e l’esplosione elettrica da Weather Report amfetaminici – e una Mini Spiders che si aggira prima circospetta, poi graffiante, tra cascami cinematici “poliziotteschi”, mentre Disco in ferro è fin dal titolo un irresistibile quadretto di ammiccamenti disco e devoluzioni wave-funk. Lavoro assieme complesso e divertente, brusco e giocoso. Bello anche l’artwork, affidato al fumettista Simone Cortesi.

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