Recensioni

6.9

Due anni fa, all’una di notte, durante un’intervista nel backstage del Calamita di Cavriago, Moltheni definì il disco in procinto di essere pubblicato – l’ottimo Splendore Terrore – come una sorta di parentesi minimale quasi estemporanea, composta in breve tempo e registrata ancor più in fretta. Una sorta di episodio isolato, insomma, incastrato tra le ruvidezze di Fiducia nel nulla migliore e un futuro musicale ancora da esplorare.

Immaginate quindi la sorpresa nel ritrovare oggi Umberto Giardini ancora nei panni dello chansonnier intimo e pacato del disco precedente, impegnato questa volta a districarsi in una tela fatta di wurlitzer, piano, chitarra acustica, archi, batteria spazzolata. Un sussurro che, diversamente da quanto accaduto in passato, sembra voler sottolineare come il tempo trascorso gli abbia consentito di formarsi, crescere, affinare estetica e modi.

Nella ricercatezza del dettaglio inedita, nelle progressioni ariose che offrono il fianco a divagazioni laterali, negli arrangiamenti che si fanno “importanti”, si coglie l’intento di istituzionalizzare il linguaggio delle origini in una forma quantomeno classica. Uno stile che trova ragion d’essere in ballate dall’animo raffinato e l’andatura quasi marziale – L’amore d’alloro e Eternamente, nell’illusione di te –, appendici crepuscolari – Io – o riconducibili in toto allo “stile Moltheni” – L’età migliore –, complessi strumentali – Requiem per la Repubblica Italiana e Deserto Biondo -, ritorni circolari rubati ad un folk psichedelico sui generis – Sento che sta per succedermi qualcosa e Cavalli sciolti del nord – o gommosità quasi pop (Minerva).

Il risultato finale è un disco di buona caratura sostenuto da ottimi comprimari – oltre ai “soliti” Pietro Canali e Gianluca Schiavon, anche Salvatore Russo, Alberto e Luca Ferrari dei Verdena, Franco Battiato, Carmelo Pipitone dei Marta Sui Tubi -, che ha come unico difetto quello di pagar pegno al predecessore – in apparenza meno esigente nella forma ma maggiormente a fuoco – in termini di immediatezza e intensità emotiva. Due passi avanti per i suoni, insomma, e uno indietro per il cuore.

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