Recensioni

7.3

È un Moltheni decisamente maturato quello in cui ci si imbatte ascoltando Fiducia nel nulla migliore: oltre ad aver acquisito una discreta esperienza, appare più convinto dei propri mezzi e con idee piuttosto chiare sul tipo di estetica da dare al nuovo lavoro. Non è casuale la scelta di prendere armi e bagagli e partire in compagnia di Salvatore Russo, Gianluca Schiavon e Fabio Petrelli per gli Stati Uniti. Ad aspettarli infatti, ci sono Chris Stamey e Jefferson Holt, rispettivamente tecnico del suono e produttore nonché ex Sneakers e vecchio collaboratore dei R.e.m.

Il netto cambio di rotta è evidente: pur non rinnegando la dimensione melodica, Moltheni tramuta l’approccio gentile che caratterizzava l’esordio in un inno all’urlo sgraziato e al lamento, mediato da chitarre grezze e incisive e da arrangiamenti tutt’altro che posati. L’indole rabbiosa dell’artista, lasciata in disparte in precedenza, qui si fa spinta propulsiva di un fondamento espressivo dolente ma necessario, in cui male di vivere e malinconie si fondono a un gusto spiccato per la metafora. I testi trasudano scetticismo – giudicami, giovane ed agre, cibo un po’ freddo ma buono, da riciclare (Qualsiasi Aprile) –, sottintendono amare ironie – incollati, al tuo divano e, ripeti piano quello che ti piace in tv (Ridi Irene ridi) –, descrivono stati d’animo – anima in pena, sputa fuori tutta l’ansia, nuvola del nord atterra, come sempre colma d’acqua (Misma), dimostrando sempre una personalità e un’originalità fuori dal comune.

Le musiche, nonostante l’approccio fisico che le contraddistingue – strutturato nella maggior parte dei casi su chitarra elettrica, basso e batteria -, accentuano il carattere deciso della melodia senza soffocarla. Il livello qualitativo generale dell’opera è pienamente soddisfacente, e le incertezze di percorso sono davvero rare. Unica pecca, uno stile espositivo generalmente consono al tono dei brani, ma alla lunga, forse, troppo monocorde.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette