Recensioni

7.5

Continua a passo spedito la conquista del mondo underground da parte dei Moin. Nati come side-project dei due Raime e in pausa praticamente per un decennio dopo la pubblicazione dell’ep omonimo del 2013, eccoli giunti al terzo album in quattro anni dopo l’innesto, si direbbe quasi l’accelerante, di Valentina Magaletti dietro le pelli.

Nello stesso modo continua senza soste il loro circumnavigare il mondo latamente post-punk/post-rock con piccoli aggiustamenti di tiro e modificazioni strutturali. Questo per dire che il terzo lavoro You Never End non sposta di molto i paletti di un suono già ben indagato nei due lavori Moot! e Paste, ma al tempo stesso pone in essere uno slittamento che certifica il trio come una delle formazioni più eccitanti di questo squarcio di millennio.

Al sostrato “slinitiano”, da leggersi come tensione sempre altissima e introflessa (vedi alla voce It’s Messy Coping o nelle ossessioni shellachiane di Anything But Sopo), vengono aggiunte delle voci – proprie, “trovate”, ma soprattutto appannaggio di ospiti esterni come Olan Monk, James K, Coby Sey e Sophia Al-Maria – che screziano ancor più la proposta dei tre. Addolcendone certe angolari asperità, come avviene grazie alla voce “black” di Olan Monk nell’iniziale Guess It’s Wrecked, o spostandole verso una dimensione quasi eterea e notturna, come avviene con James K in What If You Didn’t  Need a Reason, ibridizzandole col retroterra da melting pot globale di Coby Sey in We Know What Gives, sorta di piccolo manifesto del post-rock per il terzo millennio, mentre il declamato di Sophia Al-Maria sposta le suddette tensioni strumentali verso una dimensione a volte cinematica (Family Way) o, altre volte, verso lidi pienamente louisvilliani (Lift You).

Questo cercando sempre – e riuscendovi completamente – di mantenere una invidiabile coerenza di fondo, quasi scientemente eletta, che fa sì che tutto nell’universo Moin sembri tendere verso una continua, inarrestabile rivisitazione e risemantizzazione dei suoni di riferimento: aggiungendo o limitando, limando o accentuando certi aspetti e certe dinamiche ma riuscendo nell’improba prova oggigiorno di creare un linguaggio personale, ricercato, voluto, fondamentale per decrittare un universo sonoro ben riconoscibile.

Tre indizi fanno proverbialmente una prova, quindi il “post-tutto” (chitarristico) è grande e i Moin i suoi innegabili profeti.

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