Recensioni

7.2

Rispetto all’esordio Embarrassing Days – correva l’anno 2009 – il quintetto ferrarese sfronda dalla ragione sociale il “5tet”, rinunciando così ad una connotazione di chiara matrice jazzistica. Quasi a voler sottolineare ciò che i Nostri fanno in musica, ovvero la fuga dal recinto (aureo) jazz per infilarsi in un solco freneticamente indefinibile tra fusion e rock, mossi da un piglio di concitata sperimentazione su suoni e strutture. Chiamateli più semplicemente MOF quindi, e aspettatevi caroselli adrenalinici di trame funk-rock e sinuose trepidazioni cyber-blues, venate soprattutto dalla chitarra e dagli ordigni elettronici di Frank Martino (bravo sia nel lavoro di fino, che nelle sfuriate ipercinetiche à la Scofield in overdose bop), senza nulla togliere alla sezione ritmica e al lavoro generoso di sax e trombone.

Ne esce un interplay evocativo (il mistero febbrile di You’re Doing It Wrong, la cinematica Leo Rising) e incendiario (l’incalzante The One Who Met, la convulsa A.M.), un delirio lucido scritto sui nervi (la pungente apprensione di Dramma in B.) e non senza ironia (il lirismo sonnacchioso di Morning). Il jazz è ancora un sostrato evidente, ma l’approccio è libero, senza preconcetti, la scrittura esce agilmente dalle pagine (vedi la scattante mutevolezza avant-bop di Pay Pray Play), i mostri sacri vengono rievocati con disinvoltura (le particelle Weather Report nella sincopata Eureka, in sella ad una formidabile tensione cubista di piano) mentre le radici blues diventano un respiro denso e necessario (la mesta, bellissima Finally Fried).

Probabilmente il diaframma tra jazz e pop-rock non si dissolverà mai, ma dischi del genere autorizzano a pensare che sia soprattutto un problema di chi (non) ascolta.

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