Recensioni

6.5

Il rischio di voler allargare troppo lo spettro finendo per disperdere l’ispirazione in mille rivoli e non quagliare mai fino in fondo, è qualcosa che non ha mai sfiorato Isaac Brock e soci, che al contrario sono sempre stati originali a dispetto del piglio molteplicemente derivativo che li contraddistingue. Creatura singolare, i Modest Mouse, almeno nell’opinione di chi scrive. Statunitensi, peraltro di quello Stato di Washington lembo estremo nord-occidentale della Land of hope and dreams, ma con l’orecchio apparentemente più proteso al di qua dell’Atlantico e vagamente british nell’afflato e nei rimandi, un po’ come quei Pavement loro compagni di mille battaglie sui terreni accidentati della musica indipendente USA targata 90s. Non a caso a loro si unì nel 2006 un certo Johnny Marr, icona del rock inglese e già al fianco di Morrissey nei mitici Smiths, che insieme al quartetto di Issaquah realizzò l’album We Were Dead Before the Ship Even Sank.

Ma loro non sono mai morti e soprattutto la barca non è mai affondata, anzi il vascello MM continua a veleggiare sui mari della scena musicale incurante delle mode, anche se ultimamente i tempi di deposito in ormeggio si sono dilatati. The Golden Casket, al netto di alcuni singoli one-off condivisi nel frattempo (Lampshades On Fire, Ice Cream PartyPoison The WellI’m Still Here e Coyotes), arriva infatti a sei anni dall’ultima prova lunga in studio, quel Strangers to Ourselves che a sua volta si fece attendere otto anni dopo il suddetto lavoro che aveva visto salire a bordo quel vecchio lupo… di Marr (ehm).

D’altro canto, va pure detto che le pause tra un disco e l’altro del quartetto sono dovute anche da una parte al perfezionismo di Brock, che lo porta spesso a operare correzioni – tra registrazioni e aggiunte varie – del materiale appena concepito, e dall’altra al fatto che l’attività live della band, specie nel giro festivaliero dove il combo è placeholder fisso, negli ultimi tempi ha un po’ smorzato l’urgenza espressiva da modellare in studio. Ad ogni modo, tutto si può dire del settimo album di Brock e compagnia meno che non sia interessante o quantomeno meritevole di attenzione, come del resto tutta una discografia arricchita da vere e proprie gemme come The Lonesome Crowded West e The Moon & Antarctica, dissotterrate a dire il vero in epoca ormai remota ma ancora pienamente abbaglianti. Di quei picchi oggi non resta molto, vero, però pur non trattandosi di diamanti, l’oro evocato nel titolo è quanto mai bene rifugio in epoca di ascolti fuggevoli, specie se a essere d’oro – secondo lo stesso nome dell’album – è una cassa da morto (in verità la traduzione corrisponde anche a “scrigno”, ma insomma, la copertina lascia pochi dubbi), oggetto destinato per definizione – insieme al suo contenuto – a far ritorno a quella terra un tempo dispensatrice di pietre preziose.

Ma qui non si celebra il funerale della creatività, e se non sono una rinascita, queste nuove dodici tracce rappresentano comunque un inno alla vita, al fervore non più giovanile ma di un’età matura che comunque può essere ancora foriera di sorprese. «Esplorerà temi che vanno dalla degradazione dei nostri panorami psichici alle tecnologie invisibili fino alla paternità», aveva detto il leader anticipando i temi dell’opera, registrata tra Los Angeles e Portland. In effetti, l’inquietante incipit di Fuck Your Acid Trip rievoca alla lontana le arie salubremente putride di certa techno-dance inglese anni ’90 unite a un afflato psych molto Spiritualized, ma nel complesso l’impianto è pienamente modestmousiano, con cavalcate punk alternate a passaggi più meditati e caratterizzati da una ricerca sonora che chiamiamo sperimentale ma solo per rendere l’idea. Nel primo caso, il singolo di lancio We Are Between è un manifesto che pur non eguagliando le cose migliori fatte in passato dalla formazione, spiega bene quella echeggiante britishness che intendevamo sopra con quel riff iniziale à la Cure e il ritornello quasi sguaiato in stile – per capirci – Kaiser Chiefs e affini; ma c’è anche la tiratissima e indiavolata Japanese Trees, tra le cose al tempo stesso più immediate e rumorose realizzate dai quattro, benché inframezzata da provvidenziali rallentamenti in odore di dEUS post-reunion del 2005. La seconda tipologia di episodi è invece rappresentata al meglio da brani come The Sun Hasn’t Left, giocattolosa parentesi piena di sonagli e sonarelli vari ma invero azzeccata nell’amalgama, ma anche dalla riflessiva Lace Your Shoes.

«We are somewhere between the dust and the stars», cantano i MM nel suddetto primo singolo. Ma che, pur stretti tra due estremi peraltro abbastanza indefiniti, i Nostri amino spaziare in tutte le direzioni consentitegli è confermato dalla varietà di un impianto capace di assommare al proprio interno lo stile strascicato dei summenzionati Pavement (We’re Lucky) a quello marcatamente peculiare della pure lei già citata combriccola belga capeggiata da Tom Barman (Walking And Running), fino alla psichedelia elettronica del secondo singolo Leave A Light On e addirittura a citazioni loureediane/brianeniane (Trasmitting And Receiving). Ed è curioso che la traccia conclusiva si chiami proprio Back To The Middle. Tornare al centro, sì: dell’indefinito spazio compreso tra la polvere e le stelle.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette