Recensioni

Modern Woman è il progetto art-rock che ruota intorno alla figura dell’eclettica cantautrice Sophie Harris. Dopo aver speso gli ultimi anni ad affinare un’idea di suono che fosse in linea con la vis della band, composta da David Denyer al violino, Juan Brint-Gutiérrez al basso e sax e Adam Blackhurst alla batteria, Johnny’s Dreamworld è l’esordio che certifica la bontà del percorso intrapreso. Un lavoro che vive di contrasti umorali, sonori, tematici, con Harris a scavare nell’immaginario letterario e cinematografico al fine di ricostruire una controversa estetica della femminilità, intesa come terreno di scontro rispetto ai mutamenti della società contemporanea.
Il risultato è un disco che vive di momenti di pura elettricità alla stregua delle connazionali Savages di Adore Life, con lo spettro di Jehnny Beth ad aleggiare su più di un brano (Dashboard Mary, Fork/Heart) confermando quanto la quota post-punk sia in grado di dialogare con parentesi indie-rock – a metà strada tra vertigini Yo La Tengo e seduzioni in salsa King Hannah (con la title-track ad avventurarsi dalle parti di una New York Let’s Do Nothing di Big Swimmer) – oltre che con una spuria formula folk-blues molto luciferina (Offerings).
L’altro volto di Johnny’s Dreamworld addolcisce quel ghigno rabbioso per fluttuare in un giro di accordi radioheadiani (Killing a Dog collega idealmente In Rainbows con The Bends) o in virtuosismi vocali che soffiano dalle parti di un’estatica Beth Gibbons (Daniel) mentre viene assegnato allo spiritual-folk di The Garden l’onere di far calare il sipario su una prima prova baciata dall’estro di Joel Burton alla produzione (Naima Bock, Katy J Pearson, Vanishing Twin) e con più di qualche freccia nel proprio arco per ritagliarsi, nel prossimo futuro, lo spazio che merita sulla scena.
Amazon
