Recensioni

8

Sugli ormai a chiunque arcinoti antefatti alla base del progetto Moderat, inizialmente conflittuale e con pochi punti di incontro tra le due controparti, tutto è già stato detto e stradetto. Per un veloce ripassino possiamo rimandarvi a quanto abbiamo scritto nella nostra recensione di II. Venendo alle novità, quello che sembra evidente già da un primo ascolto di questo terzo capitolo è come le dette discrepanze artistiche e personali siano oggi state (definitivamente?) superate all’interno di un coerente percorso articolatosi progressivamente lungo le tre puntate dell’act. III suona infatti ormai – confermando un’impressione che già faceva capolino ascoltando il predecessore – come un disco dei Moderat al 100%, e non più come una raccolta, per quanto riuscita, di tracce firmate Modeselektor feat. Apparat (o viceversa). L’identità sonora che emerge è finalmente qualcosa di consequenziale ma distinto dalla pura somma delle due diverse anime alla base.

Che la proverbiale quadratura del cerchio sia stata trovata è evidente lungo tutto l’album, organico e coeso come mai prima nella produzione del trio. La scaletta è solidamente compatta e relativamente breve, con tracce tra i quattro e i cinque minuti di durata e nessun episodio monstre come poteva essere Milk nel capitolo precedente. Questo è anche il disco Moderat più squisitamente pop fino ad oggi, confermando la certezza che i tre sappiano molto abilmente cavalcare ed inserirsi nelle contingenze più attuali del proprio tempo, adattandovi la propria peculiare sensibilità. Le ombre lunghe di Thom Yorke e degli spettri post-Kid A continuano infatti ad allungarsi benevole, mentre emerge ancora più prepotentemente rispetto a prima un crepuscolare romanticismo mittel-europeo molto arty e molto comodo: teutonica eleganz und dekadenz e bacini mandati in direzione UK, tutto sempre molto attuale (chissà per quanto ancora) e assolutamente privo di rischi. Come suonare sempre alla moda senza mai perdere una goccia di credibilità e, soprattutto, senza mai dare fastidio a nessuno.

Il disco in sé inizia timido e cauto, forse anche leggermente tiepido: Eating Hooks apre in punta di piedi, umbratile e sommessa, e sembra quasi di ascoltare una b-side da Ego/Mirror; ai fantasmi di Burial segue infatti ben presto un omaggio ad Hebden (Finder), e per incontrare i veri pezzi da novanta occorre aspettare fino alla quarta traccia: Ghostmother è probabilmente il punto più alto dell’album, e con il primo singolo estratto Reminder e la successiva The Fool forma un trittico che ne rappresenta il cuore: parallelamente all’aumento degli strascichi dello Yorke solista, emergono più nitidamente che mai precise venature r&b ricche di soulness totally white filtrata dalla già detta sensibilità squisitamente mittel. Prescindibili le conclusive Animal Trails e Ethereal (fantasia portami via), che mostrano un po’ il fiato corto tra – rispettivamente – percussioni ipercinetiche e vaghi scimmiottamenti degli Anathema più stereotipati (salvo riprendersi in coda).

La formula appare ormai abbondantemente rodata e i rischi presi, come detto, sono praticamente nulli. Ciononostante è innegabile che i tre riescano sempre e comunque ad “arrivare” all’ascoltatore, e il mood creato continua a funzionare egregiamente. Classe tanta e coraggio poco insomma, ma (per ora) continua ad andare più che bene anche così.

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