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“Gioite! Gioite! I Liars sono tornati!”. No, ok, forse siamo troppo ingenerosi con questo incipit allora proviamo a riformulare: “Gioite, gioite, i semi sparsi dai Liars hanno cominciato a germinare” e questo Dogsbody, esordio lungo per un quartetto newyorchese di esimi sconosciuti, ne è la prova. Cosa questa che non sta a significare che i quattro – Cole Haden (voce e testi), Jack Wetmore (chitarra), Aaron Shapiro (basso) e Ruben Radlauer (batteria) – non siano originali, quanto che vivano e ci regalino la stessa sfatta, posseduta, eccitante, sbiellata, eccessiva formula sonora che tanto ci aveva catturati agli inizi del terzo millennio.
Dance-punk, art-tribal-rock, p-funk deforme: scontate coordinate che servono come stelle del mattino per chi legge e per collocare un album che è un continuo premere sui nervi, un contorcersi senza sosta, un accumulare crampo e spasmo, elettricità, rifiuto e deragliamenti vari sul corpo del rock 2.0 con una certa frenesia nel far muovere chi ascolta in maniera scomposta.
Come una attualizzazione dancefloor-oriented dell’idea cronenberghiana di fusione di corpo e macchina attuata col santino minimal-punk degli Sleaford Mods, come una ripresa dance-punk degli orizzonti sonori targati LCD Soundsystem ma calati in una fossa biologica post-industrial, come il p-funk trattato dai noise-rockers pigfuck più depravati invece che se invece da band di universitari arty degli anni zero, Dogsbody sciorina una serie di pezzi tanto devastanti (il trittico iniziale Donkey Show/Mosquito/Crossing Guard ha del prodigioso) quanto disturbanti (Divers, Sleepless).
Brani che hanno il tiro per accomunare tanto chi amava i Liars degli esordi, gli LCD Soundsystem, l’industrial più truce e elettronico e pure certe svarionate ossessivamente elettroniche di band come i Daughters riunendo mondi apparentemente così distanti col minimo comune denominatore rappresentato dalla città musicalmente più depravata, sperimentale e coraggiosa.
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