Recensioni

Che si possa identificare una ben precisa qualità geo-referenziata nelle musiche popolari più o meno post-rock non è cosa nuova, e la cronaca è piena di esemplari che dall’humus culturale di questo o quell’habitat hanno tratto linfa creativa. Tanto, e ancora di più, si può dire allora della New Orleans di MJ Guider, sia pure nella sua dimensione contemporanea: post-Katrina, post-jazz, post-blues, post-negra, pervenuta com’è, anch’essa, ad una metodica urbanizzazione americana, sempre più uguale a se stessa. Lì dove il centro cittadino, di una-cento downtown si allarga sempre di più, trasformando qualsiasi eredità culturale in un centro commerciale a cielo aperto e spingendo le periferie sempre un po’ più in là. Questo nel caso della nuova New Orleans ha significato far scomparire quasi del tutto i sobborghi esterni più devastati, con un vero e proprio esodo di massa delle popolazioni più povere, per l’80% di estrazione afroamericana, verso gli Stati limitrofi. Un profondo impoverimento interiore per una città che però tutt’ora capitalizza sulla sua mitologia e sulla sua identità, con la fiorente scena artistica di quartieri simbolo come il French Quarter e Bourbon Street.
E’ da qui che arriva l’ibrido minimal-shoegaze di Melissa Guion, con quel senso di oscurità southern che cala come una nebbia su tutte le tracce di Sour Cherry Bell. L’umore gotico (ma assai poco inglese), quel senso di afa umida, sudaticcia che si attacca alle soluzioni eteree (eppure molto concrete) della nuova musica di MJ Guider, la rendono un po’ un unicum tra le tante formazioni contemporanee che pure trafficano tra shoegaze, dream-pop, idm e minimal-techno. Il primo disco, Precious Systems, in questo senso era molto di più di maniera. Qui invece si immaginano cosa avrebbero potuto fare i Cocteau Twins se dopo Milk & Kisses avessero continuato con l’ibridazione elettronica. Prendi The Steelyard, Simulus o Sourbell. Ovvero il gotico inglese degli eighties, digerito dal meltin’ pot globale. Ma è anche un disco molto divertente, quasi funky in certe situazioni, vedi il dancefloor anarcoide per X-Men dementi di Cherry Bell Blacktop, o la marcetta industrial-voodoo di Quiet Time. Il lato percussivo è importante tanto quanto quello vocale, in un disco che non nasconde certo ammiccamenti al catalogo Kranky, ai Bowery Electric, ai Seefeel.
Dopotutto, come in tutto quello che riguarda la musica contemporanea, nulla di nuovo si crea, ma tutto creativamente si distrugge, e l’unità di misura sta nell’equilibrio con cui tutto si elabora al servizio della propria espressione individuale. Quella di Melissa Guion è una forma di blues contemporaneo molto contaminato: ombroso, bagnato, sexy. Un ibrido che si incastra perfettamente nella migliore tradizione di New Orleans. Quella vecchia, come quella nuova.
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