Recensioni

A distanza di quattro anni dal precedente passo discografico, Miranda rientra in scena più ossessiva che mai. Non come ai tempi della curiosità in cui si ispezionavano anfratti poco alla luce del sole (Rectal Exploration) o come quando si mostravano aggrovigliati oscenamente sulle architetture del proprio suono (Growing Heads Around The Roof), ma in maniera più posata e matura. Sempre accesa e incendiaria, sempre attenta alla modalità del groove ma in maniera meno compulsiva e più aperta all’indagine della dilatazione.
Non è un caso che questa “apertura” di dinamiche e polarità avvenga in un album che è grossomodo un concept sull’essere rinchiusi: carceri, manicomi, centri di detenzione sembrano essere i poli intorno a cui ruota questo senso di pervadente voglia di evasione, di rottura di gabbie e recinti che caratterizza trasversalmente tutto il lavoro. Rette da un corposo interplay tra il basso di Carafa e la batteria di Villani (ottime certe soluzioni ritmiche “trovate”e rumoriste) su cui si liberano i synth e la chitarra (ma non solo) di Caputo, le canzoni mantengono insieme circolarità groovey e rumorismi, ossessività mai cupa e minutaggio sufficiente a far scattare la molla trancey da testa ciondolante al ritmo.
Riemergono slanci kraut e verbosità Liars, sensibilità da pop alieno e misture (post)noise-rock (un nome su tutti, per affinità compositive più che per risultati sono i GvsB), scorie mutant-funk come dei Primus elementari cresciuti a ketamina, rimasugli di Battles in centrifuga white trash, 8-bit malsano lontano discendente della feccia Black Dice e molto altro ancora. Onnivoro e con qualche lieve difetto che non inficia la volontà di romperle quelle barriere che stanno all’origine del disco. I Miranda si sono liberati degli schemi pregressi; ora sta a loro farci vedere dove andranno a parare.
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