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3.5

Infinity Overhead, quinto album in studio per i Minus The Bear, è di per sé emblematico esempio di quanto sia difficile tornare alla fama dopo aver intrapreso, con insuccesso, strade alternative. Sparite le aspirazioni dancefloor dell'electro-flop Omni, i ragazzi tornano dalle parti del guitar-work dell'ex-Botch Dave Knudson con un altro ex (il tastierista Matt Bayles) in produzione. E il timore di fare altro danno finisce per produrlo effettivamente.

La band, famosa per acrobazie heavy-tapping con elettroniche weird a complemento, non si limita a metter da parte titoli joke quale Hey wanna throw up? Get me naked in favore di una inedita posa seriosa, ma va pure a relegare il marchio di fabbrica  – che aveva reso l’EP di debutto This Is What I Know About Being Gigantic un istantaneo successo underground  – alla conclusiva Cold Company.

Private dei tecnicismi new-prog a mascherarli, emergono quindi overexposed tutti i noti limiti di scrittura del frontman Jake Snider: liriche da far storcere il naso persino a tredicenni emo (“Did the Lord stop paying the lease?”) e brani che poggiano su riff radio-friendly à la Biffy Clyro (Steel And Blood), viaggiano in territorio ballad Incubus (Empty Party Room), anthem 3 Doors Down (Diamond Lightning) o Nickelback (Heaven Is A Ghost Town).

Così patinato, generico e trito da non poter ambire nemmeno alle colonne sonore d’un qualsiasi tv show post-The OC, l’intero set suona come l'ultimo sussulto di una band finita. Fare peggio di Omni era difficile, i Minus The Bear ci son riusciti.

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