Recensioni

7.1

Nel mondo della musica e delle arti persiste un’inveterata abitudine che vede opporsi artisti e critici o giornalisti. Chi fa contro chi scrive di quel che si fa. Angus Finlayson, aka Minor Science, rappresenta una delle più felici eccezioni a questa usanza. I lettori accaniti di webzine musicali ricorderanno il suo nome di battesimo come una delle firme dietro numerosi articoli e recensioni apparse su Resident Advisor, Pitchfork e Inverted Audio nell’ultimo decennio. Gli appassionati di musica elettronica sempre attenti ai nomi caldi, invece, non si saranno lasciati sfuggire le sporadiche – e qualitativamente altissime – produzioni a nome Minor Science cesellate fra il 2014 e il 2017 su The Trilogy Tapes e Whities, due delle label più osannate nel panorama londinese e non solo.

È proprio su Whities che esce questo Second Language, debutto sulla lunga durata del producer britannico. Finlayson avrà pure lasciato il giornalismo per dedicarsi esclusivamente alla musica, ma gli anni passati ad ascoltare e ad elaborare idee, pensieri, parole sulla musica altrui hanno lasciato un segno fin troppo evidente. Second Language tradisce le più diverse influenze trasmettendo una capacità di ricerca ed elaborazione che riesce ad evitare agilmente tanto l’intellettualismo ostentato e quanto il patchwork stilistico senza arte né parte.

Da professione, la scrittura si è fatta musa ispiratrice: Second Language vuole essere una metafora della traduzione e dell’adattamento. Tradurre non è copiare, ma è un’attività che implica sempre un certo grado di creatività, o perlomeno ingegno e buon senso. Tradurre significa “dire quasi la stessa cosa”, prendendo in prestito le parole di Umberto Eco. Trasposte sul piano del discorso musicale, queste premesse riaprono le porte (mai davvero chiuse) della retromania di reynoldsiana memoria e di infinite diatribe fra gli adepti del culto elettronico su tradizione vs innovazione, saccheggiare il passato vs inventare il futuro, pigrizia rétro vs arroganza avant-. Minor Science aggira – lui che da musicista e giornalista musicale è osservatore partecipante privilegiato – questi dualismi e opta per una traduzione della tradizione.

I lemmi del vocabolario più consultati nella realizzazione di questo linguaggio secondo finlaysoniano sono electro, drum’n’bass, IDM e ambient, ma anche footwork, techno e jazz (!), tutti riadattati da Minor Science. L’album mantiene un equilibrio tra ritmi alti e momenti di distensione. Finlayson predilige pattern ritmici intricati, e soprattutto opta per un certo massimalismo compositivo, in virtù del quale tracce che non superano i 5 minuti riescono a suonare densissime e stratificate, ma mai indigeste. Balconies è un tripudio in cui IDM, footwork e dancehall trovano il loro punto di contatto, così come For Want of Gelt ammalia con le sue eteree spigolature drum’n’bass, prima di esplodere nel finale in un drumming jazz a briglie sciolte pronto a causare sommo raccapriccio fra i puristi della dance music, e simultanei cenni d’assenso e stupore tra i più inclini ad una musica elettronica che sia freeform e senza vincoli. Ritroviamo la stessa sintesi di atmosfere sognanti, break chirurgici e spruzzate jazzy in Blue Deal, tutta un susseguirsi di stop-n-go e mutazioni ritmiche. È il turntablism incarnato in un brano. Al blu malinconico succede il rosso focoso, e così Gone Rouge è l’esplosione e il rilascio della tensione accumulata, con la sua cassa dritta a 150 bpm, melodia estatica e riff funkettaro. Sul fronte più morbido, invece, Polyglottal è a metà strada fra il club e l’estraniamento in cuffia, mentre la techno astratta e pastorale di Spoken and Unspoken suona come l’inno ideale del Freerotation. Dell’ambient a vocazione new age fa capolino nella title track, diluita in tre interludi, e il timbro finale è la rarefazione in slow motion di Voiced and Unvoiced.

A conti fatti, in questo Second Language troviamo un sound design curato fino all’estremo, ma mai ostentato in modo autoreferenziale. Minor Science non sfocia nello sfoggio di tecnicismi eccessivi a due passi dalla sterilità emotiva (Objekt, prendi appunti); al contempo, non cede alla pura funzionalità neanche nelle tracce più dj-friendly, né si lascia abbindolare da triti clichè HDistopici. Il poliglottismo è qui usato come metafora di una dieta e un immaginario musicale onnivori, aperti alle alterità e alle contaminazioni, senza campanilismi inutili – e nel 2020 forse anacronistici – e senza cadere nel citazionismo spicciolo.

In copertina troneggia la traduzione (e ti pareva) in tedesco di una frase di Samuel Beckett, riportata sul retro di copertina nella sua formulazione originale in francese – ossimorica “traduzione originale”, essendo Beckett irlandese: «Perché è più facile scrivere senza stile». Dal canto suo, Minor Science di stile ne ha, e questo album ne è la prova definitiva.

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