Recensioni

Il prossimo libro di Simon Reynolds sarà dedicato alla retromania, alla nostalgia come lente colorata attraverso la quale si può guardare molta della musica pop dell'ultimo decennio. Affermazione più che mai condivisibile se si considerano le uscite discografiche degli ultimi anni. Non solo sembra che questa stanza dell'anima faccia battere più forte i cuori di molti musicisti che si ritrovano a indagare le fascinazioni sonore della loro adolescenza o della loro infanzia, ma sembra che la categoria nostalgic faccia anche vendere, almeno a giudicare da alcuni act che sbancano. Vedi, tanto per citarne uno, alla voce Mumford & Sons. Ma il fenomeno si allarga anche a proposte più mature, come quelle di Leisure Society e Papercuts. Per questa trattazione sistematica, aspettiamo di leggere il critico inglese, ma quello che vogliamo qui sottolineare è che l'esordio omonimo dei Mini Mansions si inserisce perfettamente in questo filone e anzi, come capita talvolta, sviluppa un'aura di nostalgia per un sound che gli stessi protagonisti non hanno vissuto in diretta, essendo nemmeno trentenni.
Qui è il caso dei Beatles versione post Rubber Soul e di tutto il pop britannico di fine Sixties che finisce dentro alle canzoni di un trio californiano formato dal bassista dei Queens Of The Stone Age, Michael Schuman (qui alla chitarra, alla batteria e alla voce), in libera uscita dal suono hard rock della band maggiore, e che si trova a fare comunella con Tyler Parkford e il vecchio amico Zach Dawes, conosciuto all'età di undici anni durante una partita di playground basket. Quello che li accomuna è la passione per le armonizzazioni di Lennon e McCarthy, convinti, come hanno dichiarato in una recente intervista, che “quello che la musica pop era, era qualcosa di grandioso”. Un atteggiamento più da fan, quindi, che eleva quella musica, quella dei già citati scarafaggi e, sull'altra sponda dell'oceano, di Brian Wilson e dei Sixties tinti di pop a un livello assoluto e indiscutibile. Rispetto alle influenze dichiarate, si aggiunge una patina sinistra e inquietante, visto che tutte le canzoni sono attraversate da un qualche spirito che va a toccare gli strani pedali usati sul basso, piuttosto che la discreta elettronica che talvolta si srotola come un discreto tappeto rosso sotto alle linee musicali principali. Un'atmosfera generale che ha fatto dichiarare a qualcuno che siamo di fronte, giustamente, a un perfetto Halloween album.
Che sia un'operazione di puro amore per quella musica o l'opportunità di cavalcare una vena nostalgica che sta permeando il mondo della musica indie, questo non lo sappiamo dire. Di sicuro lascia un po' spiazzati la totale identificazione con un'epoca e un suono, in un atteggiamento quasi da tribute band, più che da vera proposta contemporanea. A giudicare dalle risposte che stanno circolando già da qualche tempo in rete, tutto sommato attorno ai Mini Mansions si sta accumulando un certo hype, in parte dovuto alla presenza di Schuman, che potrebbe anche decretarne la proiezione in un contesto più importante di quello della seconda band di qualcuno. E quindi costringerci a scrivere che, tutto sommato, hanno ragione loro.
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