Recensioni

6.5

Gli otto brani dell’esordio discografico del progetto Mille Punti racchiudono in maniera sintetica e con vibrante frenesia la stagione della retro-nostalgia che ha finito per contraddistinguere questo secondo decennio degli anni Duemila ormai agli sgoccioli. Nulla di male quindi il siglarne l’uscita di scena con un album che si propone anzitutto non di presentare un collage di temi e sensazioni del passato, ma di mettere in musica e parole l’equivalente letterario del sottogenere fantascientifico dell’ucronia, ovvero quella precisa branchia dell’arte che s’interroga sul come sarebbe stato se… (gli eventi avessero preso una piega diversa da quella che ha avuto modo di verificarsi). Retrofuturo sembra proprio voler dire questo, fin dal titolo giocoso e autorevole al contempo; una scaletta di canzoni retrodatate all’anno di grazia 1974, un 1974 alternativo però, in un’Italia altrettanto ideale e idealizzata dove la disco music ha compiuto il suo incrocio definitivo con la psichedelia e il progressive molto prima di quando effettivamente avvenuto. In questo scenario, il milanese Mille Punti sorpassa da destra il prog di Alan Sorrenti rubandogli idee e ispirazioni per il successivo Figli delle stelle (1977).

Guidare da te è un gustoso apripista a cui spetta il compito di settare mood, temi ed elementi che distingueranno l’ascolto dell’intero disco. Segue Una stupida follia, alansorrentiana fino al midollo, non a caso scelta come singolo di lancio. Al terzo giro, con Atlantico, sorvoliamo modulazioni latine che fanno pensare a una sorta di bossanova sotto acidi, sorretta da una linea di basso à la Dalla e da synth lisergici. A spezzare l’atmosfera arriva Non è successo niente, ballata sentimentale che rallenta i ritmi e li distende in vista di un ritorno al brio con Piccola velocità, debitrice verso la battistiana Amarsi un po’, brano da cui riprende musicalità e tema (il bisogno d’amare, seppur in occasioni che si riveleranno fugaci). Si passa violentemente dalle spiagge assolate alla periferia invernale delle grandi città alienate e alienanti, ma su tutto prevale il bisogno di abbandonarsi alle proprie emozioni, di vivere la vita come se fosse una giostra impazzita («ma questa storia è una follia / è un abbraccio perso nel vento mentre un pazzo urla nella mia via» si canta in Qualcosa di speciale), di accettare gioia e dolori come parte di un unico irrinunciabile viaggio, dove non c’è solo il margine per sognare il futuro, ma soprattutto per volgere uno sguardo al passato (Quando guidavi tu, forse un po’ troppo thegiornalistica).

Retrofuturo, al netto di qualche sensazione di diffusa ridondanza, è un buon esordio e, più di tutto, una riuscita operazione in grado di elevare l’effetto nostalgia a concept.

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