Recensioni

Nel 2023 il solito NME puntava le sue fiches su di loro, provando a metterli a capo di una nuova generazione di “radicali dell’hardcore”. I capofila, allora come oggi, restano i Turnstile e, assieme a loro, altre nuove leve (Scowl, ZULU, Gel, Soul Glo, Drug Church o, volendo, High Vis in UK e Speed, in Australia) stanno tenendo in vita il genere – o perlomeno una sua versione contaminata ma ancora potabile. I californiani Militarie Gun arrivavano al debutto quell’anno con Life Under the Gun, sotto l’etichetta giusta, Loma Vista.
Più che distinguersi come radicale, la loro proposta – intrisa di Hüsker Dü e Replacements – mostrava già una marcata componente emo: melodie urlate a squarciagola che allora come oggi, nel nuovo God Save the Gun, restano il tratto distintivo di una formazione pronta a guadagnarsi ulteriore spazio nel proprio circuito di riferimento. Non solo negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove stanno già andando piuttosto bene, ma anche in Europa, allargando le maglie della propria proposta ben oltre i confini hardcore.
Più pop di quanto non lo siano mai stati, i ragazzi si avvicinano ai Blink-182 senza sbracare. E se non abbiamo certo a che fare con i nuovi Mould e Hart della loro generazione, la proposta – già valida – trova qui nuove conferme, con una puntualizzazione: da queste parti i brani li scrive una persona sola, Ian Shelton, che attraverso i Militarie Gun rielabora la scrittura già sperimentata nei Regional Justice Center in chiave più sentimentale e introspettiva.
A dispetto del nome della band e dei titoli dei suoi lavori, non ci troviamo davanti a un gruppo politico, ma a uno che parla di traumi personali, senso di colpa, vulnerabilità, autodistruzione, redenzione, dipendenze, perdita di controllo. Il tema del potere è trattato sempre da questa prospettiva: quella di un adolescente alle prese con algoritmi, padroni, sfruttamento. Gun come metafora, dunque – una “spinta interna” che Shelton definisce la propria urgenza alla scrittura e alla composizione musicale.
Venendo al disco: trentasette minuti per quattordici brani da due o tre minuti l’uno. Proiettili sparati nel ventre di un hardcore melodico (B.A.D. I.D.E.A.), quando non apertamente power pop (Fill Me With Pain) o, come si diceva sopra, pop punk (Throw Me Away). Il tutto arricchito da tastiere nell’intingolo emozionale (God Owes Me Money, Wake Up and Smile), loop e saturazioni shoegaze (Kick), o una parentesi acustica con archi sintetici in Daydream.
Ci sono abbastanza varianti (Isaac Brock dei Modest Mouse fa un cameo nella “sua” Isaac’s Song) da superare una scrittura ancora derivativa, con incisi e stacchi telefonati, certo, ma senza che si perda genuinità e freschezza. Ed è questo, in fondo, ciò che conta.
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