Recensioni

6.8

Miles Kane si mette alla prova per la seconda volta e tenta di bissare il discreto successo ottenuto con l’album d’esordio Colour Of The Trap. Ci riesce a metà, perché il protetto di NME avrebbe decisamente potuto fare di meglio, considerando il buon debutto con i Rascals e la riuscita – per quanto didattica – 60’s experience nei Last Shadow Puppets con il più noto amico Alex Turner.

La sua eleganza estetica è pregevole così come la cura del dettaglio, ma non basta un bell’abito per fare un gran disco. Sembra una dannata profezia, l’immagine di copertina: un elegantissimo Miles di fronte a un banco di salumi e formaggi. Cool a metà.

Quello del sophomore album Don’t Forget Who You Are è un repeat a livello di forma, già intuibile nel rinnovato supporto di alcuni nomi intoccabili del pop inglese: se Colour Of The Trap vantava la partecipazione di Noel Gallagher (My Fantasy), Don’t Forget Who You Are può fregiarsi della penna del compagno Alex Turner – metà dei brani nascono dalla loro intesa – e dell’esperta firma di Paul Weller, evidente nel pianoforte e nelle note di coda di Fire In My Heart, così come nella graffiante You’re Gonna Get It. Ci sono poi un canto alla Liam Gallagher – perché male che vada, piace comunque – e rimembranze compositive di derivazione lennoniana. Per non parlare degli incontri e delle chiaccherate XTC-iastiche vissute – e tutta l’influenza che ne è conseguita – con Andy Partridge, “un genio” nelle parole di Kane.

Preceduto da due EP – la pretenziosa e orchestrale First of My Kind, seguita da una classicissima british corale Give Up qualche settimana prima dell’uscita del disco – Don’t Forget Who You Are nasce diretto: un pop+britrock fautore di ritmi effervescenti (Better Than That, la title-track o la conclusiva Darkness In Our Hearts), che vira sul cantautorale in canzoni quali Out Of Control e la sopracitata Fire In My Heart, senza però disdegnare le chitarre indie rock in passaggi distorti come quelli di TonightGive Up, raggiungendo addirittura punte hard rock in You’re Gonna Get It.

Miles Kane gioca facile: rientrando in un genere inflazionato come il britpop, se ne posiziona esattamente al centro, non distante da un certo modo di intendere il rock’n’roll di Oasis o Kasabian. Le chitarre richiamano tipiche atmosfere di metà anni ’90, ma nemmeno si allontanano dal percorso evolutivo di band come gli Arctic Monkeys. Se un focus attento sui brani più acustici rivela un immaginario che spazia tra Noel Gallagher e Richard Ashcroft, a livello macro è l’influenza ’60 stile Kinks a predominare.

Ed ecco che, preso lo spunto necessario dai suoi più vari riferimenti, Miles ha percorso una strada già battuta e sicura realizzando un prodotto comunque valido, orecchiabilissimo tanto nei pezzi più lenti quanto in quelli più frenetici. Per lasciare qualcosa ai posteri, però, è ancora troppo poco.

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