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Mike Flanagan è uno degli autori attualmente più interessanti nel panorama dell’horror cinematografico e seriale. Non lo dice solo la sua ultima meravigliosa fatica, la miniserie in sette episodi Midnight Mass, lo dice una gavetta serratissima nel genere che ha condotto a testa alta e con l’occhio sempre attento alla sperimentazione, oltre che all’intrattenimento puro.

Dall’esordio di Absentia all’interessante Oculus, con cui si è fatto conoscere presso il “suo” pubblico, ha poi diretto tre film in un anno (Somnia, Il terrore del silenzio e Ouija – L’origine del male) e firmato un accordo che lo lega (anche se non in esclusiva) con la piattaforma digitale Netflix. Da allora sono arrivati Il gioco di Gerald, dove per la prima volta troviamo il suo nome accostato a quello di un suo padre putativo, Stephen King, e poi le miniserie antologiche di grande successo Hill House e Bly Manor. Nel 2019 riabbraccia King ed esce con le ossa tutte intere dal tentativo di adattare per il grande schermo il sequel letterario di Shining; con Doctor Sleep, Flanagan riesce nel doppio intento di omaggiare il capolavoro di Kubrick e insieme dedicarsi alla prosa kinghiana, restituendone pienamente il senso ultimo.

Midnight Mass, lo diciamo subito, è probabilmente il risultato più alto nella carriera di Flanagan. Scritto e diretto interamente dal suo autore, nel corso dei suoi sette episodi si rimane violentemente catturati dal senso di claustrofobia generato dalla minuscola isola di Crockett che fa da sfondo quasi “innaturale” alle vicende dei vari personaggi, con lo spettatore che finirà invischiato nella sottile rete di metafore e allegorie che rimandano alla tradizione horror, e in particolar modo al sottogenere folk horror. Flanagan, in maniera brillante, ascrive anche il suo nome in questa tendenza che negli ultimi dieci anni ha visto gli esempi migliori di quella che a più riprese viene descritta come una vera e propria rinascita dell’horror, nello specifico quello angloamericano; è il caso, ad esempio, di It Follows, The Witch e del più recente Midsommar. Si tratta di un preciso filone del genere horror in cui ad essere maggiormente valorizzata è la componente psicologica del genere, quella che ci porta a scandagliare i turbamenti dei protagonisti anche a discapito dell’utilizzo stilizzato dell’elemento orrorifico puro.

Sette episodi in cui il ritmo è volutamente rallentato e il respiro psicologico è al contrario molto ampio e dilatato. Assistiamo così al ritorno a casa di Riley, condannato per omicidio stradale a quattro anni di prigione, dilaniato dal senso di colpa e di insoddisfazione per una vita gettata alle ortiche; così come afflitta dal senso di insoddisfazione e fallimento è Erin, tornata a occupare lo stesso posto di lavoro appartenuto alla madre ormai defunta. Tra di loro, amici di vecchia data, c’è l’abisso di una vita trascorsa lontano e un ricongiungimento che appare più dettato dal caso che da una precisa volontà. A dare forma e sostanza alla serie è quindi la paura della morte come concetto su cui archetipicamente è basata la vita dell’essere umano e il suo disperato bisogno di aggrapparsi a qualcosa: che sia la religione o un porto sicuro cui approdare in caso di smarrimento. Centrale è la figura di padre Paul, il quale se inizialmente sarà lo specchio di una ritrovata spiritualità, di un rinnovamento verso i temi più puri e dogmatici della religione come fede suprema, molto presto incarnerà l’essenza ultima di quella paura (quella che approda al fanatismo) e tutte le difficoltà nel suo superamento (non è il caso di fare spoiler, anche se la stessa miniserie non è costruita in tal senso, dato che il twist arriva a metà durata).

I colpi di scena sono tutti perfettamente giustapposti, i personaggi descritti e analizzati con cura, ci sono quelli positivi e quelli indubbiamente negativi, con tutti gli altri a costituire una scala di grigi ben approfondita; nel suo villaggio di dannati Flanagan – forse come mai prima d’ora – dona un’importanza capitale ai dialoghi e regala tre monologhi indimenticabili e sofferti ai tre personaggi principali, mettendo in luce la ragione ultima dell’operazione. In una contemporaneità che ha esorcizzato troppo in fretta e in modo del tutto inadeguato la paura della morte – complice lo sprofondare in una realtà digitale sempre più scintillante e assuefacente, ma anche il consolidamento di un modello di società imposto e difficile da scardinare -, l’autore qui si prende tutto il tempo necessario per riappropriarsi della propria umanità, ricordarci di cosa siamo realmente fatti e che ognuno di noi possiede un inferno personale in cui è possibile precipitare da un momento all’altro.

Senza condannare nessuna credenza in particolare (eccetto i suoi fanatismi), Flanagan (cresciuto in una famiglia cattolica e oggi non credente) è aperto all’idea del bisogno come concetto ampio e sfaccettato: la speranza dell’umanità è davvero l’ultima a morire.

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