Recensioni

Se Adam Yauch (MCA) ne era il visionario, i Beastie Boys erano un organismo collettivo. Mike D si occupava di batteria e percussioni, senz’altro, ma il suo ruolo si estendeva, ironico, giocoso e sornione, alle strofe accanto a quelle degli altri due, senza contare il coinvolgimento attivo nella costruzione dei brani attraverso campionamenti, turntablism, arrangiamenti e programmazione. A fare del suo ritorno un caso discografico è soprattutto il lasso temporale intercorso da quando il trio ha deciso di interrompere l’attività in rispetto per la morte dell’amico: Thank You arriva a 15 anni da Hot Sauce Committee Part Two e a oltre un decennio dalla morte di MCA.
Del disco avevamo ascoltato l’opener Switch Up, che settava le coordinate su un breakbeat molto junglista e una giocosa atmosfera 90s, mettendone in mostra la natura domestica con basso dinoccolato e ritmo in primo piano a imbastire il terreno per la cantilena punkettona del rapper, coadiuvato dai figli Davis e Skyler Diamond, ovvero Very Nice Person. Un’origine casalinga che svela un’operazione nata senza l’obbligo di dimostrare alcunché e che trova una continuità naturale nell’attività di remixer portata avanti da Mike D negli anni successivi ai Beastie Boys: un laboratorio di beat, rumori, elettronica e contaminazioni pop che qui prova a trovare una quadra.
Thank You non guarda soltanto a New York e alla storia dei Beasties (come è evidente in What We Got), ma attraversa l’Atlantico per recuperare quell’idea di contaminazione che dalla fine degli 80s metteva nello stesso frullatore generi fino ad allora inconciliabili. Ci sono stonate balistiche tra Primal Scream e Stone Roses in True Colors, una spruzzata dello scazzo lascivo dei Black Grape e naturalmente il laboratorio dei Dust Brothers per Beck: riferimenti che non servono tanto a individuare delle ascendenze dirette quanto a riconoscere un humus, un modo di intendere la contaminazione tra i due mondi, quello delle Adidas senza lacci e quello delle Converse.
Ce lo conferma l’ascolto integrale di un disco che fa di tutto questo una cosa sola, ricollocandola su un asse essenziale fatto di beat, sample e strumenti a contorno. La natura estemporanea e divertita dell’operazione rimane il suo tratto vincente: pezzi come Make It Stop ne mostrano il lato migliore, tra beat sincopati à la Salt-N-Pepa sotto steroidi, strofe cazzone e psichedelia acida, capaci di evocare un’atmosfera da house party. Crypto spinge il pedale su electro e punk, mentre That’s Right asciuga ancora di più, schiaffeggiando effetti cyber contro il beat; ed è proprio su questa fisicità slabbrata e percussiva che riconosciamo la cifra del Mike D produttore (It’s Time).
Viceversa, qualche costruzione più melodica ed anche pop (Here We Are, con i Cure in controluce) suggerisce che nella giungla d’asfalto sintetico si potrebbe infilare un’idea di canzone, soprattutto quando verso la fine l’agrodolce Back To Start porta in dote un Mike D più scopertamente introspettivo. Perché sotto la superficie cazzona – vedi I Don’t Care che pare rispondere alla hit delle Icona Pop – c’è anche un autore che si è tolto la maschera e fa i conti con l’età. Sono le diverse possibilità che emergono da brani che spesso sembrano cercare una quadratura più evoluta, migliore rispetto al puro playground.
Ecco perché Thank You non sembra fissare un punto di ripartenza, se non nella dimensione live. Nella più rosea delle ipotesi, potrebbe essere l’ultimo saluto a quel modo di fare musica. Più pragmaticamente, quel che ascoltiamo e ci godiamo è un disco fatto per Mike D stesso: per tornare a mettere le mani su beat e campioni, giocare con i suoni insieme ai figli e, attraverso la musica che ha contribuito a creare e rendere unica con il trio, risentirsi vivo.
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