Recensioni

6.5

John Duncan e Pan Sonic. Già sulla carta il connubio sembra funzionare. Da una parte la fisicità dell’artista che ha martoriato il pubblico delle gallerie d’arte e quello dei festival delle avanguardie con performance scabrose e urticanti, dall’altra i due finnici, anch’essi estremisti e amanti della corporalità come dell’essenza della vibrazione acustica.

Il risultato è potente e retorico come ce lo si potrebbe aspettare: con una prima parte (circa venti minuti) caratterizzata dalla short-tronica di Duncan, ovvero da un white noise avvolgente e lancinante formato da segnali radio opportunamente manipolati (…per far sanguinare le orecchie ovviamente), e una seconda dominata dai finnici alle prese con il lato più isolazionista e abbandoned del pansonic sound tra Aaltopiiri e l’ultimo episodio del cofanetto Kesto, ovvero tra distese di ghiacci e ping di sottomarini, oscure modulazioni elettroniche e flebili melodie catartiche.

Il place to be dell’opera è di certo un’installazione di Duncan (dove non si può settare il volume in partenza ma lo si subisce e basta), e decisamente sono i suoi minuti iniziali i più interessanti del platter. Un lavoro prescindibile ma neanche troppo: potrebbe nascondere alcuni scampoli del genio dei suoi autori, a voi l’ardua sentenza. Per quanto mi riguarda il voto è

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