Recensioni

A quasi un mese dall’inizio del suo Spinning Out Tour, lo scorso 4 marzo Mika è arrivato all’attesa data sold out delle OGR di Torino, che, per la prima volta nella sua storia, allargano la propria capienza a 5000 persone. L’evento rientra nell’ambito della promozione dell’uscita (lo scorso 23 gennaio) del suo settimo album in studio, Hyperlove, che segna l’atteso ritorno di Mika alla lingua di Sua Maestà dopo sei anni di astinenza. 

Sulla carta, lo Spinning Out Tour è stato venduto dallo stesso Mika come un universo scenico senza precedenti: forte impatto visivo, energia da vendere e la nobile pretesa di far sentire il pubblico parte di un “collettivo” anziché passivi spettatori. Tradotto: scenografie faraoniche, colori sgargianti e costumi vibranti. Purtroppo tutto questo, alle OGR di Torino, non è stato fisicamente possibile. Colpa, per così dire, della peculiare – e ingombrante – conformazione architettonica del locale. I limiti erano lampanti, e va detto che Mika ha avuto la decenza (e anche la furbizia) di farli notare subito al pubblico. Tra una selva di pilastri a impallare la vista e proporzioni dello spazio tanto maestose quanto sfidanti, gran parte della sfarzosa scenografia e degli effetti speciali è finita dritta nel cestino (pare all’ultimo minuto…, ma le “indagini” sono ancora in corso).

Invece di far finta di niente, Mika si è preso il tempo di spiegare ai fan, durante surreali e lunghissimi interludi parlati, cosa sarebbe dovuto succedere in quel momento e cosa, in un palazzetto normale, ci sarebbe stato intorno a lui. Il paradosso è che invece di far sembrare lo spettacolo monco, l’assenza del circo mediatico ha trasformato la serata in qualcosa di gradevolmente intimo. 

Mika ha confessato, con una sana dose di autoironia, che la produzione viaggia con una decina di tir carichi di roba, e che lì dentro non ci passava manco per sbaglio mezza scenografia. Piuttosto che scimmiottare lo show originale, ha abbracciato l’ascetismo: luci e posizionamento della band e delle coriste sfruttati strategicamente per riempire i vuoti. Il  risultato è meno “mega-show da arena” e più “meet and greet con la pop star di turno”. E nonostante la geometria ostile, si è fatto in quattro per non far sentire nessuno escluso. Ha trottato da una parte all’altra del palco, assicurandosi di cantare per entrambe le fazioni della sala e persino per le retrovie.

L’apice si è toccato durante Big Girls (You Are Beautiful): all’improvviso molla il palco, si butta tra la folla in solitaria, passeggia per tutto il locale interagendo con i fan e, con estrema nonchalance, si ferma al bar a prendersi una birra. Poi se la riporta sul palco, chiacchierando e scherzando, il tutto mentre la sua band, stoica, mandava in loop la fine del pezzo. Un momento di sana, caciarona spontaneità che ha dettato il ritmo rilassato della serata. Tra un pezzo e l’altro ha tenuto banco parlando il suo solito italiano fluente, sfoderando l’asso pigliatutto dei ricordi d’infanzia in Italia, specialmente a Torino. Si è comprato il pubblico con due battute, lamentandosi del prezzo della birra (“12 euro!”), per poi ritrattare ridacchiando: “Ah no, scusate, quelli erano i prezzi di Londra”. 

Musicalmente parlando, non si è risparmiato. Due ore abbondanti di show per un totale di venti canzoni, saccheggiando a piene mani dal suo catalogo: 8 brani dal neo-nato Hyperlove, 6 brani dall’intramontabile Life in Cartoon Motion (sapientemente dosati per tenere a bada i nostalgici) e 4 brani da The Origin of Love, più qualche altra perla. Il ritmo ha tenuto botta perfettamente, lasciando comunque aria per momenti più raccolti e personali. Dal punto di vista vocale, nulla da eccepire: una forma smagliante. Il falsetto era solido, e va detto che il set all’osso ha fatto un enorme favore alla sua musicalità. Senza il fumo negli occhi delle mega-produzioni, l’attenzione è caduta inevitabilmente sulla voce. Ha giocato con le dinamiche, i fraseggi e il timbro, ricordandoci che, sotto il personaggio televisivo, c’è un signor cantante. 

Anche se a dieta di scenografie, il lato visivo si è difeso. I maxischermi ai lati del palco facevano gli straordinari tra la diretta e visual pre-registrati (che, possiamo immaginare, avrebbero fatto un figurone con la scenografia originale). I costumi sono rimasti gloriosamente eccentrici – vedi l’outfit da “matador” esplosivo che ha ridato colore al palco. 

Quello che sulla carta rischiava di essere un concerto tecnicamente azzoppato, si è rivelato una delle tappe più memorabili del tour (lo ha ammesso lui stesso durante la serata). Costretto a riportare tutto su scala umana, Mika ci si è tuffato di testa, regalando un’esibizione schietta e genuinamente gioiosa. A fine serata, l’atmosfera era da abbraccio collettivo. Più che il solito asettico carrozzone pop in tournée, è sembrato un esperimento riuscito: una sera in cui un artista ha improvvisato, si è adattato e ha fatto centro così bene che sembrava davvero di stare tutti a casa sua.

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