Recensioni

A produrre non c’è più Cesare Basile come nell’esordio del 2010 Copenhagen ma i suoni rimangono essenziali: chitarra acustica, elettrica, batteria, basso e qualche altro strumento a fare da contorno. Tutto dosato alla perfezione, con una misura e una parsimonia che non solo non appiattisce le nove tracce in scaletta, ma le esalta, richiamando una sobrietà d’altri tempi. Si parla di canzone d’autore e di un rock sottotraccia nel secondo disco di Micol Martinez, tra ritmi sincopati, qualche accelerazione improvvisa e l’ottimo lavoro di Luca Recchia e Guido Andreani sui suoni.
Nancy Sinatra fa capolino ne L’alveare, un Ivano Fossati in prestito cesella Sarà d’inverno, certi Blonde Redhead di sponda spuntano fuori in 60 secondi, con la Cristina Donà di dischi come Tregua praticamente onnipresente. In questo senso, i binari stilistici della seconda fatica della musicista milanese rimangono più o meno quelli dell’episodio precedente, anche se il tiro lo si aggiusta verso direttive più “pop”, abbandonando certe obliquità di arrangiamento tipicamente à la Basile. La femminilità del folk riguadagnata in un solo istante, insomma, a scapito di un’inquitudine carnale che sembra ormai soltanto un ricordo.
Dal punto di vista della scrittura, della sostanza e della credibilità, La testa dentro è un disco che conferma le buone cose già ascoltate in precedenza, anche se a mancare, forse, è l’ultimo scatto in termini di personalità. Per intenderci, ciò che separa l’artista unica dalla musicista capace.
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