Recensioni

L’equivoco secondo il quale il post-rock sarebbe (stato) un genere ha provocato negli anni passati non pochi imbarazzi in sede critica e quel che è peggio una caterva di brutti dischi. Il post-rock come sentimento, chiave espressiva, punto di osservazione che mette in crisi le coordinate consuete, le sicumere formali in cui il rock si andava impatanando, ebbe invece un senso fortissimo per i suoi tempi ed ha lasciato segni profondi in molto di ciò che è venuto dopo.
Uno che ha metabolizzato con più intensità questo messaggio è senz’altro Mick Turner, una gamba degli autorevoli australiani Dirty Three, personalità versatile (chitarrista, autore, pittore…) con una quantità innumerevole di collaborazioni e progetti paralleli, giunto col presente Don’t Tell The Driver al titolo numero quattro a proprio nome (ben dieci anni dopo Moth). Album presentato in cartellina stampa con toni piuttosto altisonanti, addirittura come “il Sergeant Pepper di Mick Turner”, oppure “la prima post-rock rock opera”, ed è ovviamente solo rumore mediatico, anche se un fondo di verità non manca. E’, come dire, un disco diversamente imponente, undici pezzi ad alto indice d’intensità uniti da un filo meno narrativo che emotivo. Il racconto di come quell’apprensione epocale che produsse la stagione del post- non si è affatto dissolta ma ha attraversato gli anni e la musica sviluppando una latenza inestinguibile, che riaffiora appieno quando si verificano le condizioni giuste.
Ed è questo il caso: calligrafia folk blues che intarsia spersa e profonda su uno sfondo friabile jazzy, un plotoncino di amici/collaboratori tra cui la notevole vocalist Caroline Kennedy-McCraken (già nei Deadstar, oggi nei Caroline No) ed il baritono alieno Oliver Mann, quindi piano, organi, organetti, ottoni, violoncello ed uno stormo imprevedibile di percussioni a comporre una trama cinematica e terrigna, progressiva e arcaica. Tutto un pennellare tepori legnosi e trasporto apolide, folate calde di apprensione e nostalgia, traiettorie sghembe e incanti ingannevoli, componendo un quadro di spaesamento e afflizioni contemporanee che schianta il diaframma tra tradizione e futuribile e nel quale trova spazio il conforto della pietas, di un ultimo rifugio ancora possibile grazie al manifestarsi strenuo della bellezza.
Quel che resta del post-rock è quindi il post-rock tutto intero, ed è ancora quella stessa crepa in cui guardare, con la stessa capacità di restituirti lo sguardo e ammalarti l’anima di agrodolce sconcerto.
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