Recensioni

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Serotonina, il nuovo e prevedibilmente discusso romanzo di Michel Houellebecq, è semplicemente il lavoro meno interessante della produzione dell’autore francese. Nel cupo esistenzialismo prostrato del suo protagonista, il solito quarantenne irrisolto sempre più aderente ad un alter ego letterario ricorrente e di crescente cristallizzazione, non c’è assolutamente nulla che già non fosse stato esplicitato nelle opere precedenti – o nel miglior Philip Roth erotico. 

Il problema principale di Houellebecq è ricondurre sempre e inevitabilmente ogni cosa all’insoddisfazione sessuale come panacea di tutti i mali occidentali, in un cortocircuito dal retrogusto freudiano. E sbaglia Ventura nello scorgere sullo sfondo i consueti riferimenti al ’68 – una tesi valida soprattutto ne Le Particelle Elementari – qui del tutto assenti: Houellebecq è un anti-moderno, un reazionario nonostante la volgarità esibita delle sue parentesi più pornografiche. Più che scandalizzarsi per le sue reiterate fellatio analitiche, i benpensanti dovrebbero prenderlo a braccetto con gioia. Perché ad esempio in uno dei numerosi bivi in cui il protagonista di Serotonina sceglie la via dell’infelicità, l’incapacità di chiedere alla donna amata di turno di restare è dettata da un ossequio alla modernità: oggigiorno la carriera femminile dev’essere rispettata. E il personaggio dalla sessualità più vivace e sopra le righe – l’algida Yuzu protagonista di gang bang e threesome canini – è in definitiva l’antagonista principale del romanzo, a fianco ovviamente all’autolesionismo inappellabile di Claude-Florent.

Non aiuta a smarcarsi dall’aura di fuffa questa esibita pretesa da Nostradamus della contemporaneità esplicitata con Sottomissione; ora è il turno dei gilet gialli, forse preconizzati in queste pagine. Ma anche in questo caso, la ricetta alla base è sempre la solita: il liberalismo e la socialdemocrazia ci stanno uccidendo. Una solfa tanto conclamata e condivisibile quanto ormai vecchia come il capitalismo stesso. Inoltre l’assenza di parentesi di genere – il pamhplet filosofico in Sottomissione, la fantascienza distopica in La Possibilità di un’Isola – questa volta evita sia episodi più goffi che reali motivi di interesse. Il romanzo si legge piacevolmente, ma si risolve in un bignami spiccio di tutti i cliché houellebecq-iani. Piacerà ai fan, ed è sicuramente il lavoro più romantico dello scrittore francese: l’unica soluzione all’infelicità di questa contemporaneità in disfacimento è l’amore, ma serviva davvero questo lavoro per ricordarcelo ancora una volta?

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