Recensioni

Di Michel Gondry si è detto tutto il bene possibile. E non poteva essere altrimenti. In pochi anni ha rivoluzionato l’estetica del video-clip e l’immaginario degli spot pubblicitari. Ha dato alla luce un paio di film, di cui il secondo, il sorprendente Se mi lasci ti cancello, è un gioiello di sentimento e invenzione. Adesso, dopo le puntuali visite ai festival, eccolo tornare nelle sale con il nuovissimo L’arte del sogno. Il minimo che si può fare è sottolineare l’estro e il genio delle soluzioni visive. Se servisse a definirlo meglio, si potrebbe prendere la piccola frase che scardinò le società occidentali nel 1968, e ritagliargliela addosso: la fantasia al potere. Ma bisognerebbe fare un passo in più: dire che, con questa sua ultima fatica, è diventato un Autore a tutti gli effetti, capace di scrivere soggetto e sceneggiatura senza l’aiuto del geniale Charlie Kaufman – per intenderci: lo sceneggiatore degli ultimi film di Gondry, e di Essere John Malkovich di Spike Jonze – non basta davvero. Servirebbe guardare meglio e più a fondo.
Prendete la trama de L’arte del sogno. Stephen, di ritorno dal Messico, finalmente a Parigi, trova un lavoro grazie alla madre. Ma le cose girano malissimo: il lavoro è deludente, la sua creatività mal vista, gli altri dipendenti del tutto sgradevoli. Non resta che dormire e sognare un mondo migliore. Tutto si risolleva quando, per un incidente, incontra Stéphanie, la vicina di casa. L’amore non è a prima vista. Ma da quel momento, non può far altro che pensarla, incontrarla, trascinarla nei suoi sogni.
Come avrete notato è una piccolissima cosa, la storia. Anzi, più che una storia, è unatraccia, esile e sottile. Resta da chiedersi perchè Gondry gira una storia del genere. Certo, il film gli permette di fondere la sua vita alla finzione, di venare la storia di Stephen con parti della sua biografia. Oppure di costruire un discorso sui sogni, sull’importanza dei sogni, sull’idea che i sogni siano un luogo in cui le persone si incontranorealmente, per quello che sono – del resto, idea già presente nel video Everlong, girato per i Foo Fighters.
Eppure c’è qualcosa che gli preme di più, qualcosa che identifica e rende unici tutti i suoi lavori: la costruzione di un mondo. Ovvio, tutti i registi, nei loro film, costruiscono un mondo, la scena in cui si svolgono le azioni. Ma Gondry lo fa letteralmente. Prende in prestito qualcosa della realtà, e ricostruisce molto, con una fantasia che si sprigiona dal quotidiano, del tutto low cost, dove la città è di carta, il mare di cellophane, le montagne di stoffa.
Ed è questa la grandezza del Sogno a cui allude Gondry. L’invenzione di un mondo possibile. Ma anche la consapevolezzache un altro mondo è possibile, seppure piccolo, fatto di cose povere, solo apparentemente trascurabili. In fondo, e lo diceva già Nietzsche: “Nei processi del sogno l’uomo si esercita alla vita vera”. Così, dopo il cinema, il sogno fatto ad occhi aperti, non resta altro che agire e agire in fretta.
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